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«E io avrò cura di te», l’accudimento che guarisce l’anima

COPPIA, ANZIANI, FELICI

Shutterstock

Annalisa Teggi - pubblicato il 23/07/18

Come fa notare Cavallari, nel nostro passato prossimo la famiglia era già un antidoto alla malattia, la famiglia era già una forma di cura:

Un tempo l’anziano veniva accudito a casa, spesso malamente, ma dentro un rapporto, in compagnia di qualcuno che di lui si accorgeva, che di lui persino ricordava i colori dei vestiti da lavoro e quelli della domenica, nell’aia contadina con le donne a far da veglia. Ora il pianerottolo è deserto, chiusa la porta, mute le voci delle genti (Ibid).




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Oggi, chi bussa alla porta, spesso e volentieri, non è l’anziano padre o madre, ma il giovane figlio o figlia:

Sono sparite le grandi famiglie, che sapevano fare nido attorno all’idea di comunità che stringeva in maniera naturale in un’unica, composita, società. Sempre più spesso sono i genitori pensionati ad aiutare i figli.

ANZIANO, FIGLIA, CAMMINARE
Lily Banse | Unsplash

È dunque inevitabile che la famiglia abbia bisogno di appoggiarsi all’esterno per l’accudimento e l’esperienza dell’assistenza domiciliare, come messa a fuoco dalle testimonianze raccolte da Cavallari, può essere la via per tutelare due grandi tesori: il permanere dei vincoli affettivi coi propri cari e con la propria dimora.

«Il punto principale dell’Assistenza domiciliare è la presa in carico della persona e del suo nucleo, mai della malattia» afferma Maria, una veterana dell’assistenza domiciliare. «Stando a casa ho mantenuto un’identità, una presenza, che va ben oltre la mia disabilità. Ognuno ha una storia da raccontare, una vita che non sempre procede come i desideri vorrebbero. Siamo tutti fragili. Non esistono uomini certi e indefessi, liberi e sapienti. Io credo di poter offrire qualcosa» racconta Renato, disabile fin dall’adolescenza e rimasto senza genitori da adulto. (Ibid)

È mettendo al centro della cura un rapporto tra esseri umani, inizialmente sconosciuti e che possono anche faticare ad aprirsi l’un l’altro, che la prospettiva della malattia si apre a un’ipotesi di cammino, e non a un declino progressivo. Non è «facile» come somministrare una pillola e via, non è eseguire certe competenze acquisite e firmare un modulo. È aprire una porta e ospitare, abitare il dolore e il groviglio dei rapporti umani senza risposte preconfezionata, ma dando valore immenso a ogni passo fatto insieme.




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Inguaribile non significa incurabile

Ancora più sorprendenti sono le testimonianze «positive» di chi racconta l’accudimento dei malati terminali. Ho sottolineato con vigore e aggiunto a margine una caterva di punti esclamativi accanto a queste parole di Ernestina, una fisioterapista che descrive la sua esperienza con malati condannati a morte certa:

“L’accompagnamento non è mai alla morte, ma è alla possibilità di vivere, per intero, quel tratto di vita ancora disponibile”. (Ibid)

Inguaribile non significa incurabile, ecco lo sguardo che vorrei imparare da lei. Perché non è solo un giudizio su qualcuno – lontano da me – che è colpito da una patologia che non lascia scampo; anche noi siamo attanagliati da mille morbi inguaribili, invisibili eppure non meno invalidanti.

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anzianiassistenzadisabili

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