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Chiesa

Monastero senza mura

L'Osservatore Romano - pubblicato il 18/07/18

In un libro del benedettino John Main

di Antonello Lumini

Che il monachesimo stia attraversando una crisi profonda è un fatto evidente. A parte nuovi ordini di recente costituzione, come Bose, i monaci di Gerusalemme, che ancora vivono una certa espansione, numerosi monasteri e conventi storici rischiano di esaurirsi da qui a pochi decenni per mancanza di vocazioni. Non è sufficiente dare la colpa al mondo — senza dubbio sempre più materialista, nichilista e ateo — visto che, di fatto, una nuova ondata di spiritualità sta veicolando in maniera sotterranea, cioè senza trovare sbocco nelle forme che offre la tradizione. C’è dunque da interrogarsi sul perché istituzioni plurisecolari non costituiscano più un riferimento, non corrispondano alla sensibilità spirituale del nostro tempo. Quello cui assistiamo richiede la lungimiranza di uno sguardo che scavi alle radici.

A tale proposito, una risposta ci viene offerta dall’esperienza testimoniata dal libro recentemente tradotto in italiano Monastero senza mura: lettere dal silenzio, di John Main (Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2018, pagine 318, euro 22), monaco benedettino, fondatore della Comunità mondiale di meditazione cristiana. Nato in Inghilterra nel 1926, arruolatosi nel dopoguerra presso il Servizio diplomatico britannico, fu inviato in Malesia. Qui ebbe modo di praticare la meditazione che cominciò a integrare con la preghiera cristiana. Tornato in Europa, nel 1958 entrò nell’Ordine benedettino presso l’abbazia di Ealing di Londra, dove gli fu chiesto di rinunciare alla pratica della meditazione. Obbedì per oltre dieci anni, fino a quando, nel 1969, mandato presso l’abbazia di sant’Anselmo di Washington D. C., si riavvicinò alla pratica della meditazione attraverso le opere di Giovanni Cassiano e dei padri del deserto, convinto che la preghiera contemplativa costituisse una importante risorsa non solo per la tradizione monastica, ma per l’intera cristianità. Nel 1974, ritornato a Londra, con il sostegno dell’abate della comunità di Ealing, dette vita a un centro di spiritualità coinvolgendo un gruppo di giovani laici a partecipare alla tradizionale vita del monastero e alla pratica della meditazione silenziosa: «Fin dal momento della nascita e dello sviluppo del primo centro di meditazione, ci sembrava […] di essere stati condotti a delle rivelazioni che potevano indicarci la via al monachesimo del futuro». L’immensa ricchezza della preghiera contemplativa che caratterizzava la tradizione monastica cristiana giaceva come nascosta «fino a quando non entrammo nell’esperienza stessa, che così ci rivelò i suoi tesori». Come afferma Cassiano nelle Conferenze: «esperienza magistra». È l’esperienza che istruisce. Su questa via non c’è altra possibilità se non la pratica diretta. «Ben presto fu chiaro che la crescita spirituale che i nostri laici stavano sperimentando non derivava principalmente dal recitare l’ufficio divino, ma dalla pratica del silenzio e del lavoro interiorizzato della loro meditazione. […] Questo silenzio non era il frutto di regole istituzionali: era il silenzio che venivano scoprendo come presenza viva nei loro cuori». Era dunque necessario riacquisire gli insegnamenti di un’esperienza vissuta e praticata oltre 1500 anni prima, trasmessa e arricchita attraverso generazioni di monaci, ma poi interrotta proprio a causa del venir meno della pratica. John Main parla pertanto di “nuovo monachesimo”, della necessità di recuperare tale esperienza, di riattivarne la trasmissione mettendone in luce le valenze dinamiche, le potenzialità capaci di risvegliare un reale processo di trasformazione interiore. La fama del centro di meditazione prese rapidamente a diffondersi, vennero costituiti altri numerosi gruppi di laici i cui membri praticavano quotidianamente la meditazione.

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