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Mi sono adagiato troppo nella comodità?

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padre Carlos Padilla - pubblicato il 17/07/18

Fin dal suo Battesimo, ogni cristiano è un profeta

Non è facile accettare quello che mi chiede Dio. Prendere in mano la vita e mettermi in cammino. E di colpo finire per essere profeta.

Non mi vedo in grado quando Gesù mi chiama a seguire i suoi passi. Mi chiede di lasciare tutto. Di lasciare i miei fichi, i miei campi, e di mettermi in cammino per fare quello che non so fare.

La vocazione di profeta ha i suoi pericoli. Il profeta annuncia e denuncia. Annuncia un mondo nuovo, una speranza sconosciuta.

Denuncia ciò che non va, ciò che non si adatta all’amore di Dio. È una missione complessa. Mancano le forze e il cuore si stanca di gettare semi di eternità. Il profeta non è il centro del messaggio. Il centro continua ad essere Gesù, e questo mi libera.

Come scrive Óscar Romero, “è possibile che non vediamo i risultati finali, ma sta lì la differenza tra il capomastro e l’operaio. Siamo operai, non capomastri, ministri ma non il Messia. Siamo i profeti di un futuro che non è il nostro”.

Questa vocazione di profeta risveglia il mio desiderio. Mi sento molto lontano dall’essere un profeta. Dall’essere come Gesù. Dal parlare con la mia vita di Gesù.




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Leggevo giorni fa: “Quello che si respira accanto a Gesù è inusitato, qualcosa di veramente unico. La sua presenza riempie tutto. Egli è il centro. L’aspetto decisivo nella sua persona, la sua vita intera, il ministero del profeta che vive curando, accogliendo, perdonando, liberando dal male, amando appassionatamente le persone al di sopra di ogni legge, e suggerendo a tutti che il Dio che sta già irrompendo nella loro vita è così: amore insondabile e solo amore” [1].

Gesù mi insegna un modo nuovo di essere profeta. Sono chiamato ad annunciare la sua missione essendo io Egli stesso che viene a riempire il cuore degli uomini.

Diceva padre Josef Kentenich nel 1949: “Si tratta di un cambiamento di forma della Chiesa e della società. Questo fa sì che aumenti l’insicurezza. Non basta rifugiarsi in un luogo sicuro e aspettare che la tempesta passi, con la speranza di trovare tutto com’era prima”.

E aggiungeva: “La missione di profeta porta il destino del profeta”. E il destino del profeta è spesso la morte.

Il profeta non predice il futuro. Parla semplicemente partendo dalla verità rivelata da Dio nel suo cuore.

Non può tacere. Non può contrattare. Non può adattarsi a ciò che pensano tutti per non sperimentare il disprezzo e il rifiuto. Questo atteggiamento presuppone una grande rinuncia.

Il profeta deve rinunciare anche a ciò che ama per mettersi in cammino verso i luoghi in cui lo chiama Dio. Il sacrificio dell’amore per il fatto di essere fedeli a una chiamata che richiede di dare la vita.

Mi fa paura perdere l’anima di profeta. Conformarmi al mondo in cui vivo. Adattarmi alla realtà che mi fa innamorare. Smettere di mostrare con la mia vita il volto di un Dio innamorato. Di un Dio che si mette in cammino nelle mie mani, nei miei piedi, nella mia voce, nei miei gesti. Un Dio che ha bisogno di me perché lo profetizzi e gli prepari il cammino.

Il profeta annuncia. Mostra l’amore di Dio. Mostra la misericordia di un Dio che ha dato la vita per l’uomo.

Mi fa paura il fatto di accomodarmi. Di perdere lo sguardo di profeta che va al di là di quello che tocca. Quello sguardo profondo che sogna una Chiesa libera, povera, profonda, scalza, non accomodata. Con un cristianesimo pieno di novità, e non quello di sempre.

Un modo di guardare la vita più audace, più coraggiosa. Mi piace il modo di guardare del profeta, che vede ciò che è migliorabile e lo denuncia. Parla di quello che l’uomo può arrivare a fare se in primo luogo si lascia “fare” da Dio.


LAZY

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Il profeta non sceglie di esserlo. Lo chiamano ad esserlo. So che per via del mio Battesimo sono profeta del Signore. Non voglio dimenticarlo perché poi la vita passa rapidamente e le cose urgenti hanno la priorità su quelle importanti.

Ho bisogno di rompere gli schemi che mi intrappolano. Di lasciare i miei fichi che mi parlano di comodità. Di lasciare i campi in cui sono trincerato. E mettermi in cammino. Anche se dare la vita fa male.

[1] José Antonio Pagola, Jesús, aproximación histórica

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