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Salvatore è morto a 21 anni sul lavoro; il padre: “Angelo mio, aspettami in paradiso”

SALVATORE CALIANO

Salvatore Caliano | Facebook

Annalisa Teggi - pubblicato il 17/07/18


Noi abitiamo la vulnerabilità, se Gesù è venuto sulla Terra è stato per toglierci ogni dubbio su questa constatazione: con lui l’ultimo velo di superstizione è stato spazzato via; con l’intensità del suo sguardo vuoto di teorie e pieno di esperienza, l’urto degli eventi ci è stato donato appieno. Suggerisce l’autrice: non è forse un’immagine di profonda inquietudine quella di un Dio neonato, nudo in una grotta? A Betlemme non inizia una storia di consolazione e beatitudine, ma una proposta di condivisione dell’inquietudine.
Questa rivoluzione infastidirà anche me, che avrei preferito una ricetta della felicità, una guida, un manuale di vita, un Dio-guru dalla parola chiara. Al contrario, fin dall’inizio il Vangelo mi dà un neonato fra le braccia, e mi dice: ecco il tuo Dio. Dato che tu sei fragile, si è fatto fragile, a sua volta. Conti su di lui? Hai ragione. E poiché conti su di lui, lui conta altrettanto su di te. Non siamo in una terra di certezze, ma in un cammino di fiducia: a ogni passo, rimetti in gioco ogni cosa. Non vi è alcun sì detto una volta per tutte. Se tu cercassi la quiete, staresti certamente sbagliando strada. (da Inquietudine di Marion Muller Colard)
NEWBORN,BABY,BIRTH
Shutterstock

Forse tutta la nostra vita è un’ora di spacco, un’ora vulnerabile e pericolosa, che dà ancora più i brividi se pensiamo a quella dei nostri figli. Papà Luigi ha immaginato suo figlio come un angelo custode già impegnato a proteggere altre vite giovani. Ma non ha osato insultare l’angelo custode a cui era affidato il suo Salvatore; sarebbe una reazione lecita, ma ancora più lecito è la certezza che nell’ora della morte nessuno più del suo angelo custode sia stato accanto a lui.

Può lasciarci interdetti, ma la compagnia presente e viva di Dio abita l’inquietudine insieme a noi, non toglie i sassi piccoli e mastodontici dal cammino. Perché? Chiediamolo, ruminiamolo, una volta di più a cuore aperto.

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giovanilavoromorte

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