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Dopo la sconfitta in Iraq e Siria, l’IS alla conquista dell’Africa

© DELIL SOULEIMAN / AFP
© AFP PHOTO / DELIL SOULEIMAN / AFP / DELIL SOULEIMAN
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La presenza jihadista nel Sahel, una minaccia che non va presa alla leggera

Dal 2015 al 2050, il numero di giovani africani quasi raddoppierà, da 230 a 452 milioni. Nel 2015, il 60% della popolazione africana — più della metà, anzi quasi due terzi (!) — aveva meno di 25 anni. In media quasi la metà della popolazione africana non ha ancora raggiunto la soglia d’età per esercitare il diritto di voto. Inoltre, meno di un quarto della gioventù africana si dichiara “molto interessata agli affari pubblici”.

Per la mancanza di prospettive, tra un terzo e la metà della popolazione con livello di istruzione terziaria di Kenya, Uganda, Liberia, Mozambico e Ghana lascia il Paese in cerca di una vita migliore altrove. Negli ultimi dieci anni, il numero di proteste e di rivolte è aumentato più di dieci volte in Africa.

Per quanto riguarda il terrorismo, quattro Paesi africani risultano nella Top Ten mondiale col più alto livello di terrorismo. Si tratta di Nigeria, Somalia, Egitto e Libia. Nell’ultimo decennio il numero di attacchi o attentati terroristici ha conosciuto del resto in Africa un aumento di più del 1.000%, rivela il rapporto.

I Paesi africani con il maggior numero di vittime sono la Nigeria e la Somalia, con rispettivamente 17.930 e 6.278 vittime nel periodo che va dal 2006 al 2015. I gruppi terroristici più attivi in questi due Paesi sono il gruppo anti-occidentale Boko Haram (diventato poi ISWAP nel 2015) in Nigeria e Al Shabaab in Somalia.

In quest’ultimo Paese, che non fa parte del Sahel (anche se alcuni vorrebbero includerlo), sono emersi due altri relativamente nuovi gruppi legati all’IS. Si tratta dello Stato Islamico in Somalia (abbreviato ISS) e di Jahba East Africa, chiamato anche Stato Islamico in Somalia, Kenya, Tanzania e Uganda (ISISSKTU). In entrambi i casi si tratta di gruppi secessionisti di Al Shabaab.

Il dramma dei bambini

Particolare attenzione va data al dramma dei bambini che vivono sulla propria pelle la cieca violenza dei gruppi terroristici. Secondo il rapporto Silent Shame. Bringing out the voices of children caught in the Lake Chad crisis (“La vergogna silenziosa. Far emergere le voci dei bambini catturati nella crisi del lago Ciad”), reso pubblico nell’aprile del 2017 dall’UNICEF, nella regione del Lago Ciad (che si sta del resto prosciugando) ben 1,3 milioni di bambini sono sfollati e 123.000 sono profughi in Paesi vicini.

Una prassi diffusa è il sequestro di bambini e soprattutto di bambine. Ben viva è la memoria delle 276 ragazze rapite nel 2014 a Chibok, nello Stato nigeriano di Borno, da miliziani di Boko Haram. Che il gruppo terroristico non sia ancora stato sconfitto in Nigeria lo dimostra la scomparsa di 111 studentesse dopo un attacco effettuato a Dapchi, nello Stato di Yobe.

Come emerge dal rapporto UNICEF, alle bambine rapite dai jihadisti viene spesso assegnato un “marito”, vengono inoltre stuprate e sottoposte a maltrattamenti, e se sono incinte — anche in giovanissima età — sono costrette a partorire senza alcuna assistenza.

Raccapricciante è un’altra cifra fornita dal rapporto del Fondo per l’Infanzia delle Nazioni Unite. Sin dall’inizio del mese di gennaio 2014, ben 117 bambini, di cui più dell’80% bambine (a causa delle loro lunghe e coprenti vesti), sono stati usati in attacchi “suicidi” in Nigeria, Niger, Ciad e Camerun.

Tutto questo dimostra che la sfida posta dal jihadismo è seria. Anche se la lotta contro il terrorismo islamico è pericolosa — due militari francesi sono morti nel febbraio scorso, quando il loro blindato ha colpito una mina artigianale –, non bisogna ripetere l’errore commesso nel 1993 dall’allora presidente americano Bill Clinton, che decise di ritirare le truppe USA dalla Somalia, lasciando il Paese alla deriva, così sostiene l’Economist. E’ più facile lasciar andare in pezzi il Sahel, che ricomporlo, avverte la rivista.

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