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Guardate il dolore di chi perde un bambino non ancora nato

EMPTY PROJECT
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Il progetto ha aiutato le persone ad aprirsi parlando della propria perdita, e a riuscire a guarire

Susana Butterworth ha scoperto la malattia di suo figlio nel marzo 2017. Era il suo primo bambino, e per 36 settimane era cresciuto dentro di lei, sotto al suo cuore. Poi gli è stata diagnosticata una rara malattia genetica: la sindrome di Edwards.

Qualche giorno dopo, purtroppo, suo figlio è nato morto.

Il trauma che Susana e suo marito Dallin hanno sperimentato li ha fatti agire, e così hanno creato un progetto chiamato Empty Photo, che mostra la storia di vita e di morte dei bambini non nati in un modo splendido, pieno di pace e speranza.

In ciascuna delle immagini, una madre o un padre tiene uno specchio all’altezza dell’addome. Lo specchio riflette il mondo esterno ed è un simbolo del vuoto che sentono al posto della vita perduta. Le fotografie sono accompagnate da storie piene di dolore, gratitudine e speranza, e anche da grande desiderio.

L’aborto e le conseguenze per i genitori

Secondo la psicologa Izabela Barton-Smoczyńska, più del 40% delle donne che subisce un aborto, soprattutto quelle che hanno scoperto la morte del proprio figlio in modo improvviso e che ritengono il periodo trascorso in ospedale traumatico, sviluppa un disordine da stress post-traumatico.

Quando la gente intorno a loro non sa bene come reagire, a volte evitano l’argomento e fingono che non sia successo niente, ma questo non fa altro che approfondire il trauma dei genitori, che iniziano ad amare il loro bambino ben prima della sua nascita. Chi perde un figlio non può guarire le proprie ferite se si sente abbandonato e incapace di parlarne, ha spiegato Susana in un’intervista all’Huffington Post.

È per questo che le parole che i genitori dicono ai loro figli in questa campagna sono così importanti. Includono messaggi come “Sono tuo padre. Mamma e papà ti amano. Ti voglio bene, tesoro”. Anche se sono morti molti anni fa, sono ancora ricordati e desiderati. Sono sempre membri della famiglia.

Possiamo imparare a parlarne?

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