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Non si parla più di inferno? C'è da aver paura!

Iulian Dragomir/Shutterstock

PEPEONLINE - pubblicato il 16/07/18

L'inferno è la prova della grandezza della creatura umana e della misteriosa possibilità della sua libertà di rifiutare la Salvezza. Il fatto che no si parli con chiarezza di resurrezione per vita o per la dannazione eterna è un segno dei nostri tempi. Un indebolimento della fede in Cristo ma anche nell'uomo e nella sua grandezza

di fr. Antonio Iannaccone

Non so voi, ma al sottoscritto capita sempre più raramente di sentir parlare di resurrezione. Intendo la resurrezione come cuore e centro di ciò in cui come cristiani crediamo: un uomo, Gesù, nel cui mistero io posso credere che tutto sia salvato, anche l’ultimo capello dell’uomo. Persino nei funerali, del Risorto si parla con molta ritrosia, a margine, quasi fosse una specie di smacco al dolore già troppo forte dei presenti.

Ebbene, non sembri strana l’associazione mentale, ma quest’assenza fa il paio con un silenzio ancora più assordante, verso quella parola lontanissima dall’uomo dei nostri giorni: “Inferno”. E, si badi bene, non si tratta di paura verso l’inferno medesimo. Anzi, normalmente, la reazione è opposta: al solo nominare il demonio e il suo habitat, istantaneo, sotto il baffo razionale e pacioso dell’intellettuale-medio del III millennio, si allarga il sorrisetto superiore e il pensiero automatico: “Ma veramente credi ancora di conquistare anime agitando il forcone e le fiamme eterne?”. Ebbene, se andiamo oltre la superficie, scopriamo che il sorrisetto di cui sopra non è dovuto affatto a una maggiore emancipazione umana, ma proprio al suo contrario, ovvero ad una riduzione drastica della categoria della libertà.


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Infatti, risulta ormai inconcepibile, estraneo alla mentalità comune (e quindi ridicolo) che la libertà dell’uomo possa essere dotata di tale densità e valore da condurlo al suo scacco totale, ostinatamente e intenzionalmente voluto. Questo è infatti l’Inferno, in ultima analisi: l’aver riconosciuto l’imprevedibile possibilità di una salvezza per la mia libertà e, contemporaneamente, averla rifiutata per un’estrema riduzione dell’io alla sua misura ristretta. Nel Vangelo, questa possibilità è rimarcata in maniera drammatica dalle parole forse più dure di Gesù: “Qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata.” Perché non sarà possibile perdonarla: Dio ha tanto amato l’uomo da crearlo libero fino in fondo, tanto libero da poter decidere del suo destino, e cerca il suo “Sì” in ogni istante della sua vita, tanto da arrivare allo struggimento della croce per salvare e rendere compiuta la libertà umana.

Perché, al contrario, il discorso sull’esistenza dell’Inferno, invece di essere considerato come la possibilità del drammatico vertice della dignità dell’uomo, è oggi vissuto come un attacco alla libertà o piuttosto – come succede nella maggioranza dei casi – è messo da parte come un argomento “senza senso”?


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La spiegazione non può che essere una, cioè che si è ormai praticamente estinta, a livello sociale e culturale, la percezione del nocciolo centrale del Cristianesimo, cioè di quel fattore che lo rende imprevedibile ed eccezionale proposta all’uomo di ogni tempo. Se, infatti, per il pensiero umano l’alternativa è tra la “libertà di non essere schiavi di nessuno” (tantomeno di un Dio onnipotente e della sua Chiesa) e la “schiavitù a una verità”, solo un avvenimento inconcepibile poteva mostrare una terza, imprevedibile strada: cioè, che ci sia, per uno strano Mistero, una “libertà di incontrare la verità, rimanendo perfettamente liberi”.

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