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Nella fatica riposo, nella calura riparo: ma quanta forza in quelle braccia!

MALE HAND CLIMBING
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Un uomo che si spinge con la propria sedia a rotelle nella canicola estiva diventa un incontro vero e occasione per riflettere sulla nostra vita, sulle fatiche, le condizioni sfavorevoli e sulla forza delle braccia: le nostre e quelle di Cristo in croce

di Cristina Epicoco Righi

Tornando dal mare, percorrendo una stradina stretta, avevo dinanzi un signore in sedia a rotelle che, come me, stava tornando nella propria casa per il pranzo domenicale. Mentre camminavo dietro a lui tanti pensieri hanno affollato la mia mente, anzi, direi, la mia vita, perché, quando ti impatti con le difficoltà altrui, soprattutto così evidenti, non puoi non riflettere.
Un uomo, un marito, un padre di famiglia e una fatica immensa, soprattutto quando la strada andava leggermente in salita.
Sono anni che quest’uomo “guida” la sua carrozzella e, di certo, è ben esperto perché, per tutte le cose, facili o difficili, ci si allena e ci si abitua persino. Infatti mentre stavo dietro in tanti nano-secondi mi sono chiesta cosa avrei potuto fare per lui.
Aiutarlo mi avrebbe detto di no perché è stra-abituato e ogni giorno lo fa autonomamente. Sorpassarlo mi dispiaceva perché mi sarei sentita indifferente nel metterlo alle mie spalle e poi, nei tratti in cui la strada discendeva, lui acquistava velocità, dunque avrei dovuto correre per mettermi davanti. Incredibile, io posso correre, almeno per adesso, mentre lui no, non può .
Affiancarlo non avevo spazio, data la strettezza della strada.

Rallentare il passo

Quello sì, quello è ciò che ho fatto e proprio in questa moderata andatura ho potuto pensare ed osservare la fatica di quelle braccia. È li che quest’uomo concentra ogni sua azione, in quelle braccia, più muscolose di tutto il suo corpo ed è in quelle braccia che risiede la possibilità di muoversi. Le osservavo dalla mia postazione retrospettiva e notavo come e con quanta forza quelle braccia andavano avanti per muovere le ruote della carrozzella. Era caldo in quella stradina alle 13,15, sotto il sole cocente dove spesso, tutti noi, trasciniamo l’andatura quasi irriverenti verso il cielo : è caldo, è fatica, è sudore. Quell’uomo silenziosamente faticava con quelle sue braccia tanto che ad un certo punto avrei potuto io urlare al posto suo a gran voce : bastaaaaa, è fatica, non ce la faccio più! Chissà quante volte lui stesso avrebbe voluto farlo, gridando, e forse è accaduto.
L’avrei gridato per Lui tanta era per me l’ansia di vederlo così faticare. Solo 100 metri di stradina hanno pervaso la mia testa di tante riflessioni. Poi ci siamo incrociati, salutati, con tanti sorrisi abbiamo condiviso la gioia di esserci, di godere persino il profumo dell’ambiente circostante. Eravamo sullo stesso piano. Eravamo liberi di poter fare o non fare, dire o non dire, anche perché, se fossimo passati in momenti diversi non ci saremmo neppure incontrati. Alla fine della strada lui è andato a destra e io a sinistra perché, nel bivio del percorso, le nostre case erano all’opposto e così, ciascuno, ha raggiunto la propria famiglia.
Ecco fratello che mi leggi, torna indietro, all’inizio di questo scritto e guarda la tua vita nella chiamata in cui sei posto.
Se per caso fossi una moglie o un marito, pensa che il dono che hai accanto può essere quell’uomo in carrozzella, uno che fatica perché è incapace, ferito, bloccato oppure abituato, persino nelle schiavitù in cui è intrappolato.

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