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Così condivido la mia fede al lavoro senza dire una parola

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Potete essere pienamente voi stessi sul posto di lavoro tenendo a mente queste cose...

Era il Mercoledì delle Ceneri e mi trovavo di fronte a un dilemma. Volevo mettermi le ceneri sulla fronte per commemorare l’inizio della Quaresima e il mio impegno a osservare il periodo di 40 giorni che precede la Pasqua, ma non potevo farlo.

Il pensiero di comparire al lavoro con una grande macchia nera sulla fronte mi faceva sudare freddo. Cosa avrebbero pensato i miei colleghi? Cosa mi avrebbero chiesto? Le persone avrebbero iniziato a fissarmi nei meeting? Avrebbero pensato che fossi troppo pia?

Non fraintendetemi: non mi vergogno della mia fede, ma non voglio essere al centro dell’attenzione. Ho paura di offendere qualcuno, o di mettere a disagio i miei colleghi “indossando” la mia fede sulla fronte.

E allora non sono andata in chiesa, non ho sentito il sacerdote dire “Ricordati che sei polvere e polvere ritornerai” mentre mi metteva le ceneri sulla fronte. Ho mancato un rituale importante della mia fede perché avevo paura.

Lotto spesso chiedendomi quanto mostrare la mia fede al lavoro – o se sia il caso di farlo in generale.

Ho affrontato varie forme di questa lotta fin da quando ero bambina – a scuola o in altri contesti sociali più ampi. Sono cresciuta in una chiesa battista fondamentalista in cui dovevo testimoniare visite porta a porta e prendervi parte. Esortare i vicini a convertirsi al cristianesimo era l’incubo peggiore per una persona introversa, e mi ha traumatizzata. Al liceo pensavo che sarei stata una peccatrice se non avessi cercato apertamente di convincere i miei amici agnostici a passare al cristianesimo. Ricordo di aver invitato un’amica a venire in chiesa con me. Sapevo che non voleva venirci, ma si è sentita in dovere di farlo. Queste esperienze mi hanno lasciata con una sorta di disturbo da stress post-traumatico. Non stupisce che sia esitante al momento di esporre troppo le mie convinzioni religiose nel contesto lavorativo.

Allo stesso tempo, non voglio neanche vivere due vite separate – la mia vita lavorativa e l’“altra”. Voglio una vita integrata.

E allora qual è la soluzione? Come posso avere integrità – non nascondendo parti di me – quando si tratta di fede e lavoro? E quella storia di essere luce e sale? Sapendo che questa situazione conflittuale riguarda molte persone, ho deciso di cercare delle risposte da alcuni esperti spirituali.

Un equilibrio difficile

Per me non si tratta di cercare di convertire alla fede i miei colleghi, ma di sentirmi libera di esprimere liberamente le mie convinzioni attraverso le mie parole e le mie azioni. Ma è una zona grigia. La maggior parte degli impiegati e dei datori di lavoro concorderebbe sul fatto che ci si debba muovere con attenzione.

“Alcuni dei vecchi metodi per condividere il Vangelo sono poco saggi, se non del tutto privi di etica”, afferma Bill Peel, direttore del Centro per la Fede e il Lavoro presso la LeTourneau University e autore di Workplace Grace: Becoming a Spiritual Influence at Work.

“Un modello di evangelizzazione che funziona deve rispettare l’integrità e la vulnerabilità del non credente tenendo conto al contempo della responsabilità del professionista”.

E non solo. Se un impiegato calca troppo la mano al momento di cercare di convertire i colleghi, potrebbe andare contro la legge.

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