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Perché il mondo ha bisogno di Humanæ Vitæ (e anche la Chiesa)

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4 PM Production - Shutterstock

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 12/07/18

In una delle prime occasioni che ebbi di intervistarla le feci proprio una domanda relativa a quella pagina, chiedendomi di spiegarmi bene cosa intendesse. Riporto di seguito la risposta:

Era una provocazione, naturalmente. In realtà non è certo la Teologia del corpo ad essere problematica: è l’insegnamento della Teologia del corpo, semmai, ed è tale perché per la maggior parte i cattolici ricevono anzitutto una base di morale sessuale; poi si aggiunge una teologia della sessualità; il tutto senza sapere che cosa sia la sessualità. Voglio dire che non c’è una conoscenza adeguata del fenomeno sessuale: come si manifestano le dimensioni emozionale, affettiva e psicologica. Si passa direttamente alla dimensione morale e a quella teologica. Sono cose estremamente interessanti, la morale e la teologia, ma l’insegnamento va in cortocircuito sulla conoscenza fisica ed emozionale. Intendo dire che c’è una generazione di giovani – quella di cui parlo nel mio libro – che coinvolge naturalmente anche numerosi cattolici: venuti su al latte della pornografia come gli altri, crescono e ricevono un insegnamento che è molto molto bello e non hanno modo di viverlo. Entrano rapidamente in un’idea di ciò che la sessualità dovrebbe essere: la comunione degli sposi, la Trinità, la liturgia dei corpi… tutte idee che trovo molto affascinanti e belle… solo che poi ad esse non corrisponde la loro esperienza. E diventano frustrati: «Cavolo, la mia vita sessuale decisamente non è così… il sesso con mio marito non assomiglia proprio a questa roba…». E giù a deprimersi in un circolo vizioso, che si nutre del fatto che si ha scarsa o nulla conoscenza delle dinamiche personali della sessualità: perché abbiamo dei fantasmi, come funzionano le pulsioni sessuali; e quindi la masturbazione, il piacere…

Ecco che cosa accomuna i cattolici che rimbalzano tra i “si-può-non-si-può” e i “tana-libera-tutti-tanto-Dio-è-buono” – e nel frattempo covano vite doppie (e triple) – e i seguaci di Sex and the City che vanno in cerca di esperienze così strambe da essere anche difficilmente raccontabili: gli uni e gli altri mancano fondamentalmente di un’etica della sessualità. I primi camuffano quel vuoto con una morale eteronormativa che resta disincarnata e su quel pagliericcio stendono un velo di spiritualità a mimare solidità; gli altri esibiscono sboccatamente i nonsense in cui precipitano con l’arroganza sottile di chi ha in mano le leve della comunicazione e può dettare il mantra “non perdere tempo a uscire dal tunnel: arredalo”.




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Mentre il tunnel è davvero lo stesso per tutti, e anche ai cattolici non farebbe male un bel bagno di umiltà, in questo cinquantesimo di Humanæ vitæ – che tutto ci chiede (se abbiamo una vita vera) tranne che dividerci nelle solite due squadrette che giocano in periferia e si raccontano di essere alla finale dei mondiali. Le operazioni (anche recenti) di chi ha leve istituzionali dell’informazione cattolica e spinge per un’erosione del magistero di Humanæ vitæ – un po’ perché “i tempi cambiano” e un po’ perché “già ai tempi tanti non la volevano” – non manifestano né intelligenza teologica né acume ecclesiale. Lo stesso si deve dire però dei soliti che si rifiutano di inserire anche quel documento nell’onnicomprensiva dinamica «della riforma nella continuità dell’unica Tradizione» (J. Ratzinger/Benedetto XVI).




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In Francia c’è stata una polemica tra un monaco di un’importante abbazia e la mia amica Thérèse: non entro nel merito, anche perché auspicavo che il dibattito si risolvesse in modo proficuo per tutti (ciò che poi non è stato, quindi transeamus); dico che però la Chiesa tutta potrebbe davvero imparare qualcosa, da chi si mette ad ascoltare i problemi e le aspirazioni della gente in fatto di sessualità, perché lì si toccano delle corde che facilmente risultano sensibili alla missione fondamentale della stessa Chiesa. Questo è tanto vero che il bellissimo incipit della Gaudium et spes si legge facilmente pensando alla vita sessuale della gente (se è vero ciò che ne dice la Teologia del corpo di Giovanni Paolo II…):

Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore.

Sono molto poveri, in fatto di sessualità umana, gli uomini del nostro tempo, e se pure la Gaudium et spes è forse il documento conciliare che più rapidamente sta invecchiando (non potrebbe essere altrimenti: parla di un mondo contemporaneo di mezzo secolo fa…) la fotografia della sessualità umana che ne affiora è bella, fresca e impegnativa. Non c’era ancora la Teologia del corpo, non c’era neppure la Humanæ vitæ, tutti i padri conciliari erano “uomini preconciliari”… eppure sentite che grande chiarezza risuona in questa manciata di paragrafi:

Un tale amore, unendo assieme valori umani e divini, conduce gli sposi al libero e mutuo dono di se stessi, che si esprime mediante sentimenti e gesti di tenerezza e pervade tutta quanta la vita dei coniugi (116) anzi, diventa più perfetto e cresce proprio mediante il generoso suo esercizio. È ben superiore, perciò, alla pura attrattiva erotica che, egoisticamente coltivata, presto e miseramente svanisce.

Questo amore è espresso e sviluppato in maniera tutta particolare dall’esercizio degli atti che sono propri del matrimonio. Ne consegue che gli atti coi quali i coniugi si uniscono in casta intimità sono onesti e degni; compiuti in modo veramente umano, favoriscono la mutua donazione che essi significano ed arricchiscono vicendevolmente nella gioia e nella gratitudine gli sposi stessi. Quest’amore, ratificato da un impegno mutuo e soprattutto consacrato da un sacramento di Cristo, resta indissolubilmente fedele nella prospera e cattiva sorte, sul piano del corpo e dello spirito; di conseguenza esclude ogni adulterio e ogni divorzio. L’unità del matrimonio, confermata dal Signore, appare in maniera lampante anche dalla uguale dignità personale che bisogna riconoscere sia all’uomo che alla donna nel mutuo e pieno amore.

Per tener fede costantemente agli impegni di questa vocazione cristiana si richiede una virtù fuori del comune; è per questo che i coniugi, resi forti dalla grazia per una vita santa, coltiveranno assiduamente la fermezza dell’amore, la grandezza d’animo, lo spirito di sacrificio e li domanderanno nella loro preghiera. Ma l’autentico amore coniugale godrà più alta stima e si formerà al riguardo una sana opinione pubblica, se i coniugi cristiani danno testimonianza di fedeltà e di armonia nell’amore come anche di sollecitudine nell’educazione dei figli, e se assumono la loro responsabilità nel necessario rinnovamento culturale, psicologico e sociale a favore del matrimonio e della famiglia.

I giovani siano adeguatamente istruiti, molto meglio se in seno alla propria famiglia, sulla dignità dell’amore coniugale, sulla sua funzione e le sue espressioni; così che, formati nella stima della castità, possano ad età conveniente passare da un onesto fidanzamento alle nozze.

Gaudium et spes 49

“Il generoso suo esercizio”: mi sorprende sempre il considerare come quegli uomini anziani e celibi avessero ben chiaro in mente che fare l’amore non è affatto una passeggiata, ma un’ascesi che richiede dedizione generosa. In quella dimensione intima e segreta affiorano i traumi, i complessi, i sensi di colpa, le potenzialità inespresse e negate: basta un errore millimetrico per provocare danni immani, le cui riparazioni (ove possibili) richiedono tempi lunghissimi e faticosissimi sacrifici. In tal senso mi pare che la mia amica Thérèse, che non è affatto una teologa, abbia afferrato il cuore della Teologia del corpo più dei teologi che ne fanno dorati panegirici.




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Ecco perché mi permetto di non condividere l’entusiasmo delle femministe sulla percentuale di orgasmi raggiunta dalle lesbiche che si masturbano rispetto alle donne che hanno rapporti sessuali: l’86% è un dato sensibilmente più alto del 65%, ma la masturbazione è esplicitamente mirata all’orgasmo (cosa non automatica nel rapporto sessuale), dunque un 14% di fallimenti è un margine impressionante. La prova del nove si ha con l’omoerotismo maschile, che più di quello femminile mima il vero e proprio atto sessuale: lì lo scarto è appena dell’1%, perché le coppie gay sembrano attestarsi sull’85% (sono tutti dati che ricevo dal Guardian e che prendo per buoni, non mi invento niente).

Sfatando il mito dell’“intesa sessuale” a buon mercato

Del resto il dato più eloquente fra quanti sono riportati dal quotidiano inglese mi pare un altro: stando a una statistica britannica condotta su 7mila donne, la metà delle donne intervistate e comprese fra i 25 e i 34 anni non è soddisfatta della propria vita sessuale; la percentuale di quelle che rispondono così crolla “sorprendentemente” al 29% tra i 55 e i 64 anni. Sorprendente? Se si fa dell’orgasmo il metro di valutazione della vita sessuale e anzi lo si fa coincidere con essa, sì, la cosa potrà sorprendere (perché è davvero difficile che una sessantenne abbia una vita sessuale più attiva di quella di una trentenne…). La lettura che però offre la sapienza della Chiesa cattolica, «esperta in umanità», mi sembra più ragionevole in quanto più aderente all’esperienza. Scrive Yves Semen al termine dei suoi due volumi di rielaborazione della Teologia del corpo di Giovanni Paolo II:

Eppure l’imbarazzo che può incombere sull’uno o sull’altra a seguito di baci o di carezze intime non è l’unica misura di ciò che conviene o di ciò che dev’essere evitato. Quest’imbarazzo può semplicemente provenire da un’insufficiente accettazione del proprio corpo e da una reticenza a consegnarlo completamente. È vero che questo addomesticamento del proprio corpo e di quello altrui è il più delle volte un’opera di lungo respiro, che la conquista di una vera libertà dei corpi domanda un apprendimento paziente e che non vi si giunge che dopo molti anni, talvolta decine di anni, di vita coniugale. È tanto più vero che ci saranno stati, nella storia dell’uno o dell’altro sposo, dei traumi di ordine sessuale che impiegano lunghissimi anni a guarire totalmente.

Yves Semen, Le mariage selon Jean Paul II, 446
(esiste tradotto in italiano, ma questa traduzione è mia e il riferimento di pagina è all’edizione originale)

Ecco, quello che Thérèse Hargot auspica è che siano in molti a fare il lavoro che fa Yves Semen. E Thérèse non ha mancato di sorprendermi dicendo che, nelle terapie di coppia, gli uomini vengono magari malvolentieri la prima volta ma poi – rotto il ghiaccio – sono quelli che vogliono davvero cogliere l’occasione di crescere, di scoprirsi insieme con l’altra, mentre insieme si matura nella vita sessuale. Penso che il Papa abbia in mente anche questo quando ribadisce – ormai l’ha ripetuto più di qualche volta – che «l’uomo rende più donna la propria donna, la donna rende più uomo il proprio uomo». Orbene, da dove si comincia? Ecco, Giovanni Paolo II, leggendo la Bibbia sulla scorta principalmente di Tommaso, di Scheler e della Stein, diceva che il punto di partenza è la “solitudine originaria”. Quella di Adamo senza Eva, che resta a sé stesso una domanda insolubile, un enigma sterile piuttosto che un mistero fecondo. L’arrivo di Eva – così “genialmente” differito dal racconto biblico – è la pro-vocazione a uscire dalla solitudine originaria. L’invito a un esodo pieno di incertezze, che potrà anche rivelarsi amarissimo ma per il quale è già preparato un esito luminoso.




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Ovvio che si può sempre declinare l’offerta e restarsene seduti a masturbarsi. Se nell’articolo di Simonetta Sciandivasci abbiamo forse perso qualcosa, per le parti dell’articolo originario da lei omesse, abbiamo di sicuro guadagnato molto nelle tre righe finali, che sembrano tutta farina del suo sacco (oh, avesse scritto così tutto l’articolo!) e che appare in perfetta sintonia con quanto venivamo dicendo noi:

All’uomo tocca il destino che abbiamo assegnato alla complessità: la rimozione di un intralcio troppo faticoso da raddrizzare (e, in fondo, inutile: ora che la scienza ha provato anche la superiorità e l’autarchia del piacere femminile, cosa ce ne faremmo?). 

Le perdoniamo anche il terzo accenno a “la scienza”: è risibile e difatti ormai sembra ironico. L’alternativa è ancora (e sempre) quella edenica: si può affrontare “la rimozione dell’intralcio faticoso da raddrizzare” (troppo, se non si dà un Redentore)… oppure congelarsi per sempre nella solitudine originaria.




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