Ricevi Aleteia tutti i giorni
Solo le storie che vale la pena leggere: leggi la newsletter di Aleteia
Iscriviti!
Aleteia

Perché il mondo ha bisogno di Humanæ Vitæ (e anche la Chiesa)

COUPLE
4 PM Production - Shutterstock
Condividi

Tutti parlano e straparlano di sesso, ma con tanta confusione da evidenziare l’emergenza di un’endemica povertà nella vita sessuale. A 50 anni dal ’68 alcuni celebrano il giubileo del Maggio, altri si vergognano anche solo di rileggere l’enciclica di Paolo VI sulla sessualità umana. Eppure di poche cose sembra esserci altrettanto bisogno…

Peccato che l’articolista del Foglio non segua fino in fondo la traccia della collega d’Oltremanica: ci avrebbe spiegato altrimenti che «tutti gli uomini guardano pornografia» [?] e che «le donne […] che sono andate a letto sia con donne sia con uomini notano l’influenza negativa della pornografia nella loro esperienza di sesso eterosessuale» [corsivo d.R.], e difatti

queste donne non guardano la pornografia categorizzata come “lesbica” perché, fatta eccezione per un emergente mercato pornografico fatto esclusivamente da donne, la pornografia lesbica è perlopiù sviluppata da uomini.

Il problema, a quanto pare, è l’essere maschi. E nei termini più crudi, a sentire l’articolista del Guardian:

Quando gli uomini eiaculano, di solito hanno bisogno di una pausa perché la loro erezione torni buona (ciò è noto come “periodo refrattario”). Dall’altra parte, le donne possono avere orgasmi a ripetizione. Il clitoride ha 8mila terminazioni nervose – il doppio di quelle del glande – e pare che serva solo a procurare piacere. L’orgasmo delle donne dura 20 secondi in media, mentre quello degli uomini 8. Il record di orgasmi registrato da una donna in un’ora è 134 (16 per un uomo). Questo rende estremamente triste che così tante donne eterosessuali vivano esperienze sessuali ipostimolate.

“Estremamente triste” era in effetti un’espressione calzante, saliva alla bocca leggendo. La soluzione è naturalmente la masturbazione (vuoi ancora stare a domandarti da dove possa venirne l’impulso?), e lo stesso Kingsey Institute – che mal sopporta i panni asettici della mera indagine demoscopica – la raccomanda vivamente (insieme con altri consigli). E naturalmente c’è la femminista Carlin Ross che insiste coi podcast erotici [sic!] e con tanta “clitteratura”; la Parkinson prosegue la fanfara con l’elogio dei sex toys, che dal 2016 registrano un boom economico notevole. L’articolista nota che l’esplosione di mercato può essere connessa al fenomeno letterario di Cinquanta sfumature di Grigio – cioè alle fantasie delle signore che sognano di essere sculacciate da un giovane milionario – ma non sta ad annoiare il lettore chiedendosi se questo sia paradossalmente “poco femminista”. Del resto, se alle femministe non pone problema il fatto che i “sex toys” siano fondamentalmente surrogati dell’odiato feticcio fallico (certo, hanno il vantaggio di non conoscere il periodo refrattario)…

La confusione dilaga, come si vede, e anche i dati di partenza (di per sé non privi di un qualche interesse) vengono coartati in letture a tesi irte di contraddizioni. E tutto questo diventerebbe ottimo materiale da polemica, buono soprattutto per alimentare flamewar sui social, se dovessimo restare nella cornice di un Kulturkampf in cui i cattolici si leniscono i complessi d’inferiorità e di persecuzione rispetto al mondo additandone le abissali miserie.

La triste verità è che – come avviene per tutte le correnti radicali – non sono certo le sparute seguaci di Carlin Ross ad aver prodotto il boom delle Cinquanta sfumature, anzi uno degli aspetti della contraddizione è che molte lettrici della femminista siano anche divoratrici della saga: ecco, sono parecchie di più le lettrici di Cinquanta sfumature che vanno a messa tutte le domeniche.

La devastazione della sessualità fra cattolici

E se fosse solo questo… ci sono storie di bravi fidanzati che arrivano vergini al matrimonio e in cui la moglie si fa presto un amante dopo aver scoperto che il marito è pornodipendente (anche Concita De Gregorio pubblicò una volta una storia simile). C’è ormai una discreta letteratura, sui danni inferti dalla nostra società pornografica (perfino al di qua della vera e propria pornografia) all’intimità delle persone, ma di fatto ciò che si propone come cura è parte della malattia stessa: i “sex toys” sono un corollario del teorema pornografico, eppure talvolta li si ritrova nei candidi talami di sposi “credenti e praticanti”.

Ciclicamente tornano poi alla ribalta i ritornelli di quanti sbandierano ai quattro venti “quanti cattolici fanno uso di contraccettivi” come se Humanæ vitæ non fosse mai stata scritta, e allora parte l’assalto al documento montiniano additandovi la causa della frustrazione delle coppie, e della loro stessa infelicità (con annessi tradimenti e perversioni): proprio mentre “i fricchettoni” della nostra epoca fanno inversione a U rispetto ai loro padri, scoprendo i metodi naturali, ecco che noi cattolici smaniamo per fare inversione a U e abbracciare nella pillola il sacramento della liberazione sessuale. Perlomeno i fricchettoni di cinquant’anni fa non avevano sotto mano le statistiche cliniche sui danni della contraccezione ormonale… a parità di errore, insomma, noi siamo meno ingenui e più stupidi.

Una devastazione comune alla nostra epoca orfana

Ancora, i famosi “linguaggi affettivi alternativi” all’amplesso coniugale – quelli cioè che secondo l’insegnamento di Humanæ vitæ e della “Teologia del corpo” di Giovanni Paolo II si possono lodevolmente sviluppare nei periodi in cui di comune accordo ci si astiene dal coito – ricadono sovente nel sottobosco della masturbazione (talvolta con preventiva spesa al sexy shop). Non posso fare a meno di ricordare una pagina del blog di Thérèse Hargot in cui si affermava che talvolta «la teologia del corpo provoca sulla sessualità i medesimi effetti della pornografia». Il passaggio centrale diceva:

Bisogna riconoscerlo, che rivelazione scoprire il senso sacro della sessualità, per una generazione allevata a pornografia! Da sozzo, bestiale, utilitaristico ed eccitante l’atto sessuale diventa bello, umano, disinteressato e affascinante… a tal punto che solo il quadro del matrimonio sembra d’ora in poi convenirgli. La castità non è più vissuta, allora, per disgusto e paura del sesso, ma per rispetto del suo profondo significato: il mutuo dono degli sposi. Si parla perfino di un “atto liturgico” e di un “orgasmo sacro”. Wow, è superbo: l’aspirazione spirituale tocca finalmente l’esperienza più incarnata, la sessualità! Una riconciliazione che solo i cattolici sono capaci di operare… intellettualmente.

Ed è proprio lì il problema, il resto non è conseguito. L’ideale spirituale ha soppiantato l’indispensabile conoscenza del funzionamento delle pulsioni, dei fantasmi, delle emozioni… Insomma, della realtà nuda e cruda, imperfetta e vergognosa con la quale bisogna saper giocare abilmente per ottenere quella famosa sognata unione. Però per un candidato alla santità è molto più difficile fare bene l’amore che per un adolescente immaturo ma spontaneo. È molto più difficile, sì, perché l’intera parte oscura della sua persona gli sembra essere il ricettacolo di tutti i suoi peccati, eppure è passando di là che di fatto troverà la santità. È complicato, lo so. Tenete per certo che non c’è nulla di più noioso su questa terra che fare l’amore con un essere umano angelicato. Niente.

Thérèse la conosco abbastanza bene: sia perché ho tradotto il suo libro in italiano sia perché in questi anni di confronto e di scambio siamo in qualche modo diventati amici. So bene che non è una teologa, del resto non aspira affatto ad esserlo. Eppure in questa osservazione c’è più verità, proprio riguardo alla teologia del corpo, di quanta se ne trovi in certe esposizioni apollinee (guarda caso fatte da uomini che forse sanno di teologia ma non di matrimonio), e da brava consulente Thérèse aveva notato che questo genere di osservazioni veniva in gran parte da membri della comunità cattolica. I quali arrivano per altre vie ai medesimi problemi di chiunque, manifestando così che non basta andare in chiesa per vivere un’esistenza redenta, ovvero che diceva il vero Gesù affermando “non chi dice ‘Signore, Signore!’…” (Mt 7, 21).

Newsletter
Ricevi Aleteia tutti i giorni