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Dio è più vicino di quanto credi

UOMO OCCHIALI SOLE

pexel

padre Carlos Padilla - pubblicato il 10/07/18

Puoi trovarlo in ogni persona, per quanto possa essere noiosa o limitata

Spesso dico agli sposi che ciascuno deve vedere nell’altro Gesù. Toccare nelle sue mani la pelle di Dio, e ascoltare nelle sue parole sussurri del cielo.

Ma poi è difficile superare i limiti umani che conosco bene… Risulta complicato andare oltre la persona che amiamo e vedere dietro il suo volto quello di Gesù.

A volte cerco le impronte di Dio nelle cose straordinarie. In esperienze forti che tocchino il cuore. Che dimostrino che Dio mi ama, che Dio esiste.

Come tollerare il limite che mi fa male in chi amo e vederci dietro Dio onnipotente? Come vedere nell’amore condizionato che gli altri hanno per me una traccia di un amore incondizionato ed eterno?

Serve uno sguardo che io stesso non ho.

Se mi parlano della santità di una persona lontana concordo e mi commuovo, ma se mi parlano con la stessa emozione della santità di qualcuno a me vicino mi ribello.

So bene come accade. L’ho provato sulla mia carne. Ne conosco i limiti. Ne ho vissuto le incongruenze e ne ho toccato le cadute. So molto bene di che colore è la pelle della sua anima.

Non mi sorprende la sua debolezza, ma non accetto che altri vogliano nobilitare chi umilio con le mie critiche e il mio disprezzo.

Non tollero una santità tanto vicina, troppo umana, troppo fragile.

Credo che ciò che è santo sia del tutto scollegato dalla carne mortale. Cerco il Dio lontano, molto distante dalla mia vita.

Diceva padre Josef Kentenich: “Questo è il problema di oggi. Cercare Dio, trovare Dio, amare Dio… in tutte le cose. Soffermiamoci sul creato; non ascendiamo direttamente, ma indirettamente a Dio. Si tratta sempre della mediatezza di Dio, ma non come se non si cercasse anche l’immediatezza di Dio. La definizione della santità della vita quotidiana ci offre una risposta in questo senso” [1].

Ho bisogno di incontrare Dio nell’aspetto più umano e povero della mia vita. È lì che mi parla. Dio mi ama tanto da diventare parte del mio cammino e della mia storia.

È nascosto nel mio cuore, nell’Eucaristia. Si avvicina ogni giorno al mio cammino. Alla mia piccola storia, al mio mare.

Dio viene sempre. È questa la verità della mia vita. Il cammino della santità che mi propone passa per questo. Per l’appartenenza a Dio in mezzo al mio mondo. Per l’essere perfetto pur essendo imperfetto. Per l’amare con il suo amore amando con il mio amore limitato. È l’unico modo di vivere secondo Dio.

Non è la santità perfetta quella che desidero davvero. Voglio vedere Dio agendo nei limiti di chi amo. Vedere Dio facendomi strada nella sua carne. Non mi scandalizza, come non mi scandalizza sapere da dove viene, come vive e cosa fa.

Un sacerdote ordinato da poco commentava: “Dopo l’ordinazione sento che continuo ad essere lo stesso. Nel più profondo qualcosa è cambiato, lo so, ma continuo ad avere la stessa carne malata. Non ho smesso di andare al bagno, di mangiare e altre necessità di base. Non vivo nello spirito, ancorato a una nube. Le mie passioni sono sempre lì. Le mie forze interiori. Continuo a sognare e a desiderare l’eternità. E il mio peccato continua a turbarmi. Ma qualcosa è cambiato. Noto che Gesù si fa strada nella mia carne”.

Consacrarmi a Dio significa mettere la mia debolezza nelle sue mani sacre. Sapere che la mia goffaggine mi accompagnerà ogni giorno.

Ho sviluppato uno sguardo più profondo per vedere al di là delle apparenze reali che mi scandalizzano. Tocco il peccato della mia chiesa. Nella carne visibile. Mi fa male. Vedo anche la santità su spalle deboli. Mi stupisce.

Vedo la luce e l’oscurità che si fanno strada attraverso la stessa pelle, e non smetto di ringraziare il cielo. Non voglio scandalizzarmi come quegli uomini che si allontanano da Dio fatto carne. Vogliono ucciderlo. Dubitano delle sue parole. Disprezzano la sua vita a Nazareth.

Voglio essere capace di vedere la bontà dietro al peccato. Di vedere la luce dietro la notte. Ho bisogno di uno sguardo fiducioso nei confronti della bontà dell’uomo.

Credo in una seconda possibilità dopo aver fallito. Nel perdono che guarisce le ferite e seppellisce per sempre il rancore serbato. Credo in ciò che Dio può fare con me se gli permetto di compiere miracoli.

Gli dico di sì conoscendo i miei limiti e vedendo che ciò che mi chiede è infinito. Sono mediocre senza arrivare ad accarezzare gli ideali che predico. Non dispero.

Dio ha i suoi tempi e io metto la mia vita nelle sue mani chiedendo pazienza. Scopro Dio che brilla nel nascondimento. Accetto l’umano com’è e vi vedo uno scintillio divino che cambia tutto.

È questo il modo di guardare che desidero. È questa l’innocenza dei bambini che suplico. Per non sospettare di tutto ciò che non conosco e accettare la verità nascosta nella pelle umana.

[1] Kentenich Reader Tomo 2: Studiare il Fondatore, Peter Locher, Jonathan Niehaus

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