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Tutte le volte in cui Gesù ha messo in guardia contro l’inferno

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Hannah Busing | CC0

Tom Hoopes - pubblicato il 09/07/18

L'enorme potere della nostra libertà non è da prendere alla leggera, ed è qualcosa che dovrebbe anche incuterci timore

L’inferno è una dura realtà dell’esistenza umana, contro la quale Papa Francesco ha messo in guardia, che i santi hanno visto in terribili visioni e che le apparizioni del XX secolo hanno sottolineato.

Cosa più importante, Gesù ha messo in guardia nei Vangeli contro l’inferno.

Alla fin fine, la fede dev’essere motivata dall’amore, non dalla paura, ma Gesù ha pensato che sarebbe stato di aiuto offrire vari esempi di dannazione, e ho scoperto personalmente che è molto utile tenerli a mente.

Dopo tutto, come ha detto San Giovanni Paolo II, l’inferno è la salvaguardia della coscienza umana.

Il Catechismo promulgato da Papa Wojtyła nel 1995 spiega l’esistenza dell’inferno descrivendo il peccato mortale, che “provoca l’esclusione dal regno di Cristo e la morte eterna”; “infatti la nostra libertà ha il potere di fare scelte definitive, irreversibili”.

Ma quali sono le scelte che secondo i Vangeli portano all’inferno?

In primo luogo, la decisione di non servire i bisognosi.

In Matteo 25, Gesù presenta la sua grande parabola del giudizio universale, in cui il re separa l’umanità in due gruppi. Accogliendo quelli alla sua destra dice: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi”.

Poi, a quelli alla sua sinistra che non hanno fatto niente di tutto questo dice: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli”.

La sua ragione? “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”; “ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me”.

Dio si associa così strettamente agli uomini e alle donne creati a sua immagine e somiglianza che quando non serviamo il nostro prossimo non serviamo Lui.

Gesù avverte anche chi non diffonde la fede che rischia la dannazione.

È importante riconoscere che non non siamo responsabili solo del benessere materiale del nostro prossimo, ma anche del suo benessere spirituale.

Proprio prima del giudizio finale di Matteo 25, Gesù racconta la parabola dei talenti, nella quale un uomo che va in viaggio affida i propri averi ai suoi servi, dando a uno cinque talenti, a un altro due e a un terzo solo uno. Quando torna, i primi due servi hanno raddoppiato il denaro e vengono ricompensati, mentre il terzo servo restituisce il suo talento, che aveva seppellito per tenerlo al sicuro.

Il padrone dice che avrebbe potuto almeno metterlo in banca, e ordina di gettarlo “fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.

Questa storia mi ha aiutato a modellare la mia vita, capendo che non fare nulla non è un’opzione per un cristiano. Dobbiamo fare qualcosa per Dio con ciò che ci è stato donato, almeno offrendoci volontari nella nostra parrocchia, “mettendo in banca” i nostri talenti con la Chiesa.

Gesù dice che anche chi non conduce una vita di preghiera sostenuta dalle opere buone potrebbe essere gettato nella rovina.

In una terza parabola di Matteo 25 sull’inferno, Gesù racconta delle vergini stolte e sagge che aspettano che lo sposo le inviti al banchetto nuziale, una metafora per indicare il Paradiso.

Le vergini sagge sono arrivate con olio sufficiente per tutta la notte, e lo sposo le accoglie. Le vergini stolte non hanno olio, e quando bussano sentono le terribili parole “Non vi conosco”.

L’olio sono la loro preghiera e le opere buone. Lo sposo conosce solo le persone che gli parlano e fanno la sua volontà. Affermare di far parte della sua compagnia non è sufficiente. “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli”, dice nel discorso della Montagna.

Gesù dice che possiamo essere dannati anche per i nostri peccati di omissione – le cose che non facciamo –, ma ci mette in guardia riguardo a ciò che facciamo.

Nel discorso della Montagna, elenca i peccati che portano all’inferno:

  • Odio. Chi chiama il fratello “pazzo” “sarà sottoposto al fuoco della Geenna”.
  • Lussuria e avarizia. Chi pecca con i propri occhi rischia l’inferno.
  • Furto e violenza. Chi pecca con le proprie mani rischia che tutto il suo corpo finisca all’inferno.

Tutto questo ha perfettamente senso – se non servire i nostri fratelli e le nostre sorelle porta all’inferno, lo fa sicuramente anche il ferirli (e il ferire noi stessi).

E allora l’inferno è la “cattiva notizia” del Vangelo, ma non dimentichiamo la buona novella.

Gesù ha riassunto il Vangelo in questo modo: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna”.

La misericordia è l’inizio, la fine e il cuore del suo messaggio:

  • Ha annunciato “Misericordia io voglio, non sacrificio”, ed è venuto a chiamare non i giusti, “ma i peccatori”; ama la preghiera umile e i peccatori.
  • Ha scandalizzato i leader religiosi perdonando il paralitico e la donna colta in adulterio e mangiando con gli esattori e i peccatori.
  • Ci ha insegnato che Dio è come il padre del Figlio Prodigo, sempre disposto al perdono.
  • È morto sulla croce dicendo “Padre, perdonali”, poi è risorto dai morti per dare agli apostoli il potere di perdonare i peccati a suo nome.

E allora tenete a mente la via che porta alla perdizione, ma non abbiate paura. Dio farà tutto ciò che è in suo potere per tenervene lontani, se glielo permetterete.

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