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Sono eccessivamente radicale?

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padre Carlos Padilla - pubblicato il 09/07/18

Cercare un mondo di perfetti e vivere giudicando avvelena. È meglio creare spazi di cielo in cui molti si sentano accolti nella loro debolezza, amati nelle situazioni difficili

Giorni fa ho sentito di nuovo parlare degli haters. Sono persone che mostrano sistematicamente atteggiamenti negativi o ostili di fronte a qualsiasi argomento; quelle che odiano, invidiano o infastidiscono.

Il termine hater è diventato popolare per indicare chi, per esprimersi su qualsiasi tema, si avvale dello scherno, dell’ironia o dell’umore nero, soprattutto nelle reti sociali.

Al giorno d’oggi viene definito hater chi denuncia, critica, attacca e condanna per default, un cinico che critica tutto ciò che lo circonda senza fare distinzioni.

Gli haters vedono nel mondo qualcosa di pericoloso e lo attaccano. Diffidano. Credono che siano sempre gli altri a sbagliare.




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A volte temo di diventare un hater, di riempirmi di odio e sfiducia. Di giudicare il mondo e ciò che contiene. Di erigermi a possessore di una verità eterna che entra in collisione con questo mondo malato.

Mi fa paura l’idea di essere una persona piena di lamentele e rimproveri nei confronti degli altri. Di soffermarmi sempre sull’aspetto negativo della vita. Di trasformarmi in un giudice che condanna.

In un mondo in cui tutto vale, in un mondo mutevole, mi fa paura voler essere la diga che contiene le acque, la guardia che denuncia ciò che è sbagliato, il giudice che decide cosa va bene e cosa non va.

Gesù non è stato un hater. Non è venuto a dire che va tutto male. È vero che ha denunciato molte condotte sbagliate, che non ha taciuto, ma ha amato sempre. Non ha mai odiato il mondo.

Leggevo giorni fa dei pasti di Gesù con pubblicani e prostitute: “In questi, Gesù offre loro la sua fiducia e la sua amicizia, li libera dalla vergogna e dall’umiliazione, li riscatta dall’emarginazione, li accoglie come amici. A poco a poco si risveglia in loro il senso della propria dignità: non meritano alcun rifiuto. Per la prima volta si sentono accolti da un uomo di Dio. Da quel momento in poi, la loro vita può essere diversa” [1].

La vita di Gesù non è stata piena di rabbia, ma di misericordia.

Non voglio trasformarmi in colui che condanna le vite che mi circondano quando non vi vedo riflesso l’ideale che sogno.

Non voglio essere sempre la nota dissonante, quello che avvisa del rischio e mette in guardia contro il pericolo. Come un faro in mezzo alla tempesta.

Non voglio essere nemmeno quello che tollera tutto. Dov’è il giusto punto intermedio? Come posso sognare la verità di Gesù, gli ideali che mi rendono una persona migliore, senza cadere nel denunciare sempre ciò che non va intorno a me?

La persona viene prima del suo peccato. Molto prima delle decisioni che non condivido. Non voglio essere il sinedrio che condanna continuamente gli atteggiamenti senza vedervi dietro la persona nella sua fragilità.

Gli haters odiano, hanno rabbia e sono pieni di lamentele. Sono anch’io così?

Mi piace il mondo che tocco. È pieno di pericoli e di malvagità. Ed è anche pieno d’amore e di verità. Di una presenza invisibile di un Dio buono che ama tutto, che può tutto.

Non mi riempio di lamentele e giudizi. Non divento acido e pieno di rancore. L’odio mi danneggia. Mi fa male pensar male di tutti, di tutto.


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Forse essere un hater mi rende diffidente, o è la mia diffidenza che mi porta a odiare e a rifiutare le persone con cui non comunico.

Sento che se mangio con i peccatori sto approvando il loro peccato. Se saluto un colpevole, qualcosa della sua colpa mi si attaccherà alla pelle.

E io cerco un mondo di giusti, di perfetti, di immacolati. Per questo mi riempio di odio. Io ho ragione. Il mondo non ce l’ha.

Divento una persona con cui non si può parlare né discutere. Sono forse troppo radicale. Semplicemente perché non penso come il mondo? No. Non è per questo.

È il mio odio a rendermi radicale. È il mio odio che mi fa odiare chi è diverso. Temere chi non vive come voglio vivere io.

Non voglio vivere giudicando. Mi avveleno. E riempiendomi di rabbia faccio sì che l’ambiente che mi circonda abbia un’atmosfera di pantano in cui non si può respirare.

Vorrei creare spazi di cielo in cui molti si sentano accolti nella loro debolezza, amati nelle situazioni difficili che vivono. Non voglio essere un hater, un uomo pieno di lamentele, paure e odi.

[1] José Antonio Pagola, Jesús, aproximación histórica.

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