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Emma Bonino: “Con un figlio bisogna sapersi dire ‘per sempre’. Io non ci sono riuscita”

EMMA BONINO

Andreas SOLARO / AFP

Paola Belletti - pubblicato il 09/07/18

Ministro, commissario europeo, semplice militante. Eppure niente di tutto questo può definirla totalmente: il cuore umano è sempre lo stesso: siamo fatti per un Giardino anche se recidiamo "fiori" tutta la vita

In una recente intervistaper il settimanale femminile del Corriere, IO Donna, ha risposto ad una serie di domande che intrecciano impegno politico e sfera personale. Inevitabile per una vita come quella di Emma Bonino, settantenne da poco, in lotta da sempre. Ma per chi, anzi contro chi lotta? Mi piacerebbe domandarglielo. Era molto inquieta da giovane, lo riferisce lei stessa; anche se essersi tuffata corpo e anima (sì anche quella, purtroppo) e con slancio da martire in battaglie per i cosiddetti diritti civili ha in qualche modo placato l’appetito, coprendo forse la fame vera.

Ero molto inquieta: mi era perfino venuta la psoriasi. Passò quando cominciai fare politica con Adele Faccio contro l’aborto clandestino e finii in prigione. Capii quello che volevo fare: cambiare il mondo, niente di meno. (IO Donna)

Le tappe fondamentali della sua vita e del suo impegno politico

Nell’intervista attraversa tutto: il Sessantotto: nemmeno visto, dice. I ragazzi invasero la sua stanza per due sue compagne bellissime. Il suo personale aborto che visse come un’umiliazione e poi come blocco di partenza per una corsa che tagliò il traguardo il 22 maggio del 1978 con la legge 194. A questo punto chi la intervista fa una cosa ragionevole e ovvia: associa l’aborto ai figli. Sì, se non li abortiamo arrivano a nascere. Ma sentite con che nettezza rifiuta questo accostamento. Tutto cede all’imperio della scelta personale. Eppure ciò che le è mancato è il coraggio, dice:

D. Tutto era nato dal suo di aborto: s’è n’è mai è pentita non avendo avuto figli dopo?E.B. No. Non li ho avuti per scelta. Ci vuole molto coraggio, con un figlio bisogna sapersi dire “per sempre”. Io non ci sono mai riuscita. (Ibidem)

E Le relazioni amorose? Tre in tutto quelle importanti, ma nessuna che abbia meritato la convivenza perché costa troppo autocontrollo. E’ abituata ad autodenunciarsi, Emma. E l’impegno politico nel partito radicale, il sodalizio speciale con Marco Pannella; la questione immigrazione e il crollo demografico. Ma alla domanda se l’arrivo dei migranti non sia in rotta di collisione con la piaga della disoccupazione giovanile dice che non se n’è mai occupata, di quella, che non può parlarne perché non ne è esperta.


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E nemmeno sembra notare la reciprocità che esiste tra il gelo demografico che attanaglia l’Italia e il numero di aborti che riempiono senza troppo rumore le cronache degli ultimi 50 anni e svuotano il nostro popolo di bambini, giovani, future famiglie. Ma questa distinzione millimetrica tra i temi da trattare sembra la stessa che non ha abbandonato il vizio del fumo ancora perché la sigaretta non c’entra con il tumore.

Lei fuma ancora? «Sì, per fortuna il mio tumore non c’entra con le sigarette». Quando parla della malattia, pochissimo, c’è sempre un “per fortuna” che si accompagna come un mantra: «Per fortuna a quel punto avevo un sacco di tempo per curare questo terrazzo e con una sedia a rotelle passavo da una pianta all’altra». Gelsomini, rose pallide, cespugli di lavanda e sullo sfondo, le cupole delle basiliche romane. Un paradiso.

Immigrazione, calo demografico. E l’aborto?

Dal varo della legge 194 ad oggi gli aborti legali in Italia contano circa 6 milioni. E da tutti gli scampati all’aborto sarebbero state inaugurate altre vite, infittendo la rete di famiglie che insieme, buone o cattive, tessono la stoffa di una società, fanno un popolo. Eppure l’immigrazione è ostinatamente proposta come unica pezza a questo enorme buco. C’è un altro passaggio che letto ora, con i passi che le donne vere, le mamme, le studentesse, le single di oggi stanno compiendo suscita forse più compassione che rabbia. Perché oggi, almeno mi pare di poter azzardare questo segno dei tempi, non è più così granitico il fronte di quelle che vedono nel preparare la cena ai mariti e ai figli un attacco alla propria dignità. E sono sempre di più quelle che lo dichiarano senza troppa riverenza nei confronti della quasi decaduta divinità dell’emancipazione femminile vecchia maniera.


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Ok lavorare, ma innanzitutto sei moglie e madre, badante, colf. E a molte piace. Anche negli anni Settanta, i più caldi, alle 20 le riunioni s’interrompevano di colpo. «Ragazze, dove andate?». «A preparare la cena» (Ibidem)

Eppure di questa signora pugnace e filiforme colpisce oltre alla tempra quel senso di dichiarata o almeno sospetta vanità di tutto ciò per cui si è spesa. Fa niente se la copre con un velo di disprezzo per chi non ha ancora capito, per chi si ostina a non farsi liberare.

D. Ha appena compiuto 70 anni. Si chiede mai il senso di quello che ha fatto?E.B. Sempre, anche adesso. Mi dico: hai giocato tutto quanto avevi, e non è andata. Cammini per strada e sembri la madonna pellegrina, ma poi non ti votano. Non un grande stimolo per continuare.

I fiori da annaffiare tutti i giorni e i figli “strappati”

Per fortuna, potremmo suggerire noi. O per grazia, meglio. Non avrà smesso la grazia divina di bussare alla sua porta, non avrà smesso la verità di farsi avanti, ostinata, nel groviglio delle giornate normali, nell’intreccio dei gelsomini che innaffia con sospetto zelo sulla sua terrazza romana. (Che non sia, questa cura per i fiori già raccontata in altre interviste, la nostalgia struggente per il Giardino che vorrebbe abitare anche se per una vita intera non ha fatto che lasciar recidere fiori-figli? Anche a chi la intervista il tripudio di cespugli e profumi richiama un Eden). Non avrà finito di bruciare la giovanile inquietudine o di tramutarsi in senile, ma ancora salubre, tristezza.


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Non è vero fino in fondo che le persone non sono piante, come l’ho sentita dire in radio qualche tempo fa, appoggiandosi a questa ingiusta metafora per giustificare i flussi migratori.

La speranza che la Grazia tocchi anche il suo cuore

Perché se per avere un figlio occorre il coraggio del per sempre, parole sue, lo saprà anche lei che un figlio è figlio da subito. Che ogni aborto è un mai più. Che un essere umano è fin dall’inizio un razzo sparato verso il cielo, una persona inaspettata che diventa subito irrinunciabile presenza. Lo sa anche lei che è il coraggio che occorre, vero. Ma prima di quello che serve per amare e accogliere un figlio bisogna che ritrovi quello di scoprirsi creatura, dipendente e amata per giunta. Anche lei che ha voluto tenacemente la legge che ha legalizzato l’aborto. Lei che ha sulle spalle il peso di migliaia di vite soppresse. Potrebbe guardare a questo male enorme di cui è responsabile o soddisfatta complice e provarne finalmente dolore; ma solo se dentro di esso potesse intravvedere il mistero di Dio che ha già pagato anche per lei. Per fortuna.

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