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I due miti da sfatare sul seminario? “Correzione fraterna” e “amicizie speciali”

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Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 08/07/18

Parola di un aspirante prete, Gabriele, che ha raccontato ("senza censure") le sue giornate in seminario

Luoghi oscuri e imperscrutabili come li ha definiti qualcuno? Sembra tutt’altro ascoltando la storia di Gabriele, aspirante prete che racconta le sue giornate in seminario tra missioni, amicizie fraterne, sacrifici.

Gabriele è stato intervistato da Alberto Galimberti in “È una Chiesa per giovani?” (Ancora editrice).

Il seminario è il luogo della sua formazione. Ci arriva dopo aver svolto un cammino spirituale che ha chiarito la sua vocazione.

Il regalo del vescovo

«Attraverso amici di famiglia – racconta Gabrilele –ero finito a Gallivaggio (Sondrio), a pregare nel santuario della Madonna. Circostanza vuole che fosse presente, in visita, l’allora vescovo di Como, monsignor Diego Coletti. Mentre lo stavo accompagnando all’auto, mi regalò un rosario – che tuttora conservo – e mi chiese informazioni sui miei studi. Risposi che stavo ultimando la triennale in Economia. Dal nulla, mi fulminò: “Gabriele, per chi vuoi spendere la vita?“. La sua domanda è stata l’ultima goccia».




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Gli esercizi

La settimana dopo agli esercizi spirituali della “Comunità non residenti” della diocesi di Milano «ho maturato la convinzione di entrare in seminario. Il conflitto interiore era sciolto. Mi sono arreso alla grazia del Signore».

Chesterton

Poi una lettera al rettore del seminario per l’accettazione. «Decisi di “giocare” con una citazione di Gilbert Keith Chesterton, il mio autore preferito: “Se val la pena fare una cosa, val la pena farla male“. Ogni azione umana sarà sempre segnata dal limite. Vale la pena farla male significa vale la pena lasciarla incompleta: c’è sempre uno spazio per Qualcun altro. Val la pena farla male significa fare una cosa, sapendo che c’è un Altro che le dà pienamente senso».




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La missione

Nel settembre 2014 l’ingresso in un seminario del Nord Italia e subito le sue giornate diventano intense. Preghiera, studio, vita fraterna. Gabriele è felice.

«L’esperienza in seminario, oltre che dalla preghiera, è stata segnata dall’amicizia. Ho conosciuto Polenne. Nell’agosto 2013, insieme a lui e a Giulio, un altro compagno, sono andato a Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, a maggioranza musulmana, lì il cristianesimo è una minoranza. Proprio a Bangui due anni dopo papa Francesco avrebbe aperto la porta santa, dando inizio all’anno giubilare della misericordia».

La potenza della fede

Di solito i viaggi dei seminaristi sono organizzati per assistere nelle loro missioni i fidei donum, preti diocesani missionari in aiuto ad altri preti.

«Per noi è stato diverso: siamo andati nella comunità del nostro amico Polenne. Una comunità religiosa, fondata sì da un missionario comboniano, ma completamente africana. Ho visto da vicino l’universalità della fede: una fede che si incarna in una cultura. Ho apprezzato la potenza di una fede che si lascia scoprire con gradualità; di una verità che non si impone, ma si lascia adottare. Non è stata una missione europea in continente africano, ma un’esperienza immersa in una comunità religiosa africana che opera sul suo territorio».




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Solitudine e isolamento

Luoghi comuni da sfatare riguardo alla vita in seminario? Gabriele rispose senza remore. «C’è molta correzione fraterna: è una grazia. E poi l’autenticità delle relazioni e delle amicizie, nate qui dentro, ha un valore speciale. Non sono cammini solitari. Sono cammini fraterni».

Allo stesso tempo, evidenzia il seminarista, «inutile nascondersi dietro un dito: i sacrifici ci sono; le fatiche nominate anche. Però tutte quante insieme sono niente di fronte alla gioia e alla pace che vivo nella chiamata al sacerdozio, che è annuncio del Vangelo, di Cristo risorto. Ciò che mi fa abbracciare questi sacrifici è la pace nel cuore: ho scelto di rispondere sì alla chiamata di Dio. La solitudine c’è, ma non è isolamento».


POPE

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La sazietà di Dio

Infine una considerazione di Gabriele: «La vocazione sacerdotale non è merito mio. È un dono di Dio per gli altri, la Chiesa e il mondo. “È Dio, non io”: che non significa un’obiezione all’umano, ma il suo completamento, la sua sazietà.

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