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Da persecutore a cristiano, la vita di San Publio è un esempio per noi

Jesus Christ on the cross © Anilah / Shutterstock

Don Fortunato Di Noto - pubblicato il 08/07/18

Publio. Potrebbe essere il nome di ognuno di noi. Di tutti quelli che misero a disposizione un campo e che accoglievano i naufraghi che si aggrappavano agli scogli di un isola. Vennero tutti accolti, senza distinzione di razza o di provenienza. Tra loro ci fu anche Paolo, quello di Tarso, convertitosi al Vangelo. Da persecutore a cristiano. Da quello che sappiamo l’incontro con Gesù, il Cristo, il Risorto, gli cambiò la vita. Totalmente. Anche Publio era un cristiano. Comprese che non poteva non essere come “colui che da la vita per salvare molti”. Salvare per salvarsi. Non vi era ideologia, parametri economici, diarie e cooperative (ben organizzate). Si discuteva poco, forse niente. Ci saranno stati anche dei dissidi, dei malumori nei confronti di Publio, la sua famiglia, gli amici. Ma mise a disposizione il suo campo per accogliere, dare un pasto, curare le ferite, asciugare le lacrime (anche a qual tempo i bambini, le donne, gli uomini, piangevano!). Non sappiamo se questo gesto generoso ed evangelico commosse paolo, ma sappiamo che Paolo guarì il padre di Publio dal morso di una vipera e tanti altri nei giorni della permanenza. Il miracolo della vita donata e ridonata, perché accolta e sanata. E’ certamente un mistero, una verità a tratti incomprensibile. Non percepibile nella sua meraviglia. Accolse i naufraghi da pagano, si convertì al Vengelo e continuò la sua opera d’amore con la vita e le opere.

Publio, pagano, si convertì al cristianesimo e fu il primo vescovo e un santo maltese. Sono gli Atti degli Apostoli (26,7-10) che ci parlano di lui e ci racconta proprio questo dettaglio in uno stile di vita evangelico chiaro, a tutti.
A suo ricordo c’è una Chiesa e anche una statua benedicente che protegge gli abitanti e quel mare, il Mediterraneo.
Publio è un grande esempio, e ci permette di superare l’imbarazzo politicizzato e ideologizzato nell’accoglienza dei naufraghi e di coloro che in mare possono trovare la morte.
Anche se nelle buone e autentiche intenzioni, non tutti hanno indossato il colore rosso. Questo rifiuto ideologico fa male e non rende giustizia a nessuno, neanche alle decine di migliaia di morti nel cimitero che è il nostro mare che dovrebbe unire anziché dividere.

Quante volte abbiamo indossato i paramenti di colore rosso. Sappiamo a cosa ci richiama. Il rosso, simbolo di fuoco, ardore, amore, richiama nella liturgia il “fuoco” santificante dello Spirito Santo, il sangue di Gesù e dei martiri, la regalità di Cristo. Eccolo allora apparire «nella domenica di Passione (o delle Palme) e nel Venerdì santo, nella domenica di Pentecoste, nelle feste degli Apostoli e degli Evangelisti e nelle celebrazioni dei Martiri .
Ci stringe il cuore quando i piccoli vengono dimenticati. Non solo quelli che muoiono in mare, ma anche quelli che vengono soppressi con l’aborto selettivo, uccisi da mano criminale, sfruttati nelle miniere, ideologizzati dalle lobby di potere, strappati ai loro genitori, ingabbiati come bestiole, affamati e morenti. Tra i rifiuti. Scarti. I bambini non sono un patrimonio. Sono persone, sono l’umanità. Oltre le cose, oltre i beni. Quando indosso la casula colore rosso, mi ricordo di tutto questo. Sempre. Non salverò tutti, ma spero qualcuno.

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