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Domani a Bari si ritroveranno “le Rome” e tutte le Chiese

Antoine Mekary | ALETEIA | I.MEDIA
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Incontro importante quello che si svolge domani nella città di San Nicola, il santo amatissimo tanto in Occidente quanto in Oriente…

Un incontro simile non si vedeva da moltissimi secoli, perfino di più dei quasi dieci che ci separano da quel 1054 che convenzionalmente segna lo “scisma d’Oriente”: domattina Papa Francesco incontrerà il Patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo, il metropolita Hilarion (che rappresenterà il Patriarca moscovita Kyrill), il Patriarca copto di Alessandria, Twadros II, e dalle antiche sedi patriarcali – Alessandria, Antiochia, Gerusalemme (con l’aggiunta di Aleppo e Babilonia) – confluiranno a Bari i pastori della Chiesa cattolica e di quelle ortodosse; di quelle che condividono con la catholica tutti i primi sette concilii ecumenici e di quelli che per ragioni varie e distinte si sono attestati all’Efesino I (431) o al Calcedonese (451).

Ad accogliere Francesco e tutti gli altri successori degli Apostoli cui è stato recato l’invito sarà il padrone di casa, san Nicola. Di Bari, evidentemente, ma anche di Myra (città della Licia che oggi si trova in Turchia); dei cattolici, naturalmente, ma anche degli ortodossi, dei copti, dei caldei… La vicenda di san Nicola è legata al Concilio Niceno I, del 325, e per quanto non sia certa la sua presenza tra i 318 leggendari padri del primo grande concilio ecumenico è attestata la sua dedizione alla causa della fede nicena, cioè alla difesa della vera divinità di Gesù (tra i principali provvedimenti dell’assise sinodale figurava infatti la crisi ariana, che la negava e che per le sue proporzioni era ormai un’emergenza improcrastinabile). Nicola passò alla storia anche per la sapiente gestione della cosa pubblica nella sua diocesi: storici e scrittori ecclesiastici ci fanno sapere che riuscì perfino ad ottenere degli sgravi fiscali per Myra.

Cielo e terra, città degli uomini e città di Dio, retta fede e retta politica: non poteva esserci patrono migliore, quindi, per questo incontro, sollevato dalle comunità cristiane sofferenti in Medio Oriente e organizzato dal vertice della Chiesa cattolica. A introdurre l’incontro privato del Papa, dei Patriarchi e del Metropolita Hilarion, sarà l’Amministratore Apostolico di Gerusalemme (dei Latini), quel Pierbattista Pizzaballa che molti pellegrini in Terra Santa avevano conosciuto e imparato a riconoscere quando era Custode di Terra Santa. Sarà padre Pierbattista – che sicuramente è tra i migliori conoscitori al mondo dei nodi storico-politici del Medio Oriente – a introdurre l’incontro di domani, che si concentrerà dunque sulla libertà religiosa dei cristiani in Medio Oriente e sulla crisi migratoria, e che implicitamente segnerà (così pare) un punto di non ritorno nel cammino ecumenico.

Quest’ultimo elemento è per certi aspetti il più interessante per gli osservatori di cose di Chiesa, nonché per gli storici; sarebbe tuttavia fuorviante considerarlo al di fuori del complesso contesto dato dal combinato disposto appena ricordato. È questo difatti precisamente l’ecumenismo “dal basso”, quello che nasce “facendo cose insieme”; quello che Papa Francesco tante volte ha richiamato, associandolo all’“ecumenismo del sangue”. Proprio perché i nostri fratelli soffrono ciò che noi non soffriamo è giusto e doveroso che ci raccogliamo e cerchiamo vie condivise per aiutarli concretamente e promuovere soluzioni strutturali sul piano della grande politica internazionale.

Così, come d’incanto (ma nelle migliori stagioni della vicenda cristiana è sempre stato così), le più genuine ragioni spirituali del cristianesimo diventano lievito per l’umana famiglia. L’unità dei cristiani resta l’implicita conditio sine qua non, e tutti i cristiani sembrano esserne ormai consapevoli. Proprio pochi giorni fa Papa Francesco aveva posto un’importante tessera nel mosaico della consapevolezza ecclesiale. Intervenendo infatti il 21 giugno scorso al Consiglio Ecumenico delle Chiese, a Ginevra, il Santo Padre aveva osservato alcune importanti questioni di metodo e di merito:

Permettetemi, cari fratelli e sorelle, di manifestarvi, oltre al vivo ringraziamento per l’impegno che profondete per l’unità, anche una preoccupazione. Essa deriva dall’impressione che ecumenismo e missione non siano più così strettamente legati come in origine. Eppure il mandato missionario, che è più della diakonia e della promozione dello sviluppo umano, non può essere dimenticato né svuotato. Ne va della nostra identità. L’annuncio del Vangelo fino agli estremi confini è connaturato al nostro essere cristiani. Certamente, il modo in cui esercitare la missione varia a seconda dei tempi e dei luoghi e, di fronte alla tentazione, purtroppo ricorrente, di imporsi seguendo logiche mondane, occorre ricordare che la Chiesa di Cristo cresce per attrazione.

Ma in che cosa consiste questa forza di attrazione? Non certo nelle nostre idee, strategie o programmi: a Gesù Cristo non si crede mediante una raccolta di consensi e il Popolo di Dio non è riducibile al rango di una organizzazione non governativa. No, la forza di attrazione sta tutta in quel sublime dono che conquistò l’Apostolo Paolo: «Conoscere [Cristo], la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze» (Fil 3,10). Questo è l’unico nostro vanto: la «conoscenza della gloria di Dio sul volto di Cristo» (2 Cor 4,6), donataci dallo Spirito vivificante. Questo è il tesoro che noi, fragili vasi di creta (cfr v. 7), dobbiamo offrire a questo nostro mondo amato e tormentato. Non saremmo fedeli alla missione affidataci se riducessimo questo tesoro al valore di un umanesimo puramente immanente, adattabile alle mode del momento. E saremmo cattivi custodi se volessimo solo preservarlo, sotterrandolo per paura di essere provocati dalle sfide del mondo (cfr Mt 25,25).

Ciò di cui abbiamo veramente bisogno è un nuovo slancio evangelizzatore. Siamo chiamati a essere un popolo che vive e condivide la gioia del Vangelo, che loda il Signore e serve i fratelli, con l’animo che arde dal desiderio di dischiudere orizzonti di bontà e di bellezza inauditi a chi non ha ancora avuto la grazia di conoscere veramente Gesù. Sono convinto che, se aumenterà la spinta missionaria, aumenterà anche l’unità fra noi. Come alle origini l’annuncio segnò la primavera della Chiesa, così l’evangelizzazione segnerà la fioritura di una nuova primavera ecumenica. Come alle origini, stringiamoci in comunione attorno al Maestro, non senza provare vergogna per i nostri continui tentennamenti e dicendogli, con Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68).

L’appello delle Chiese cristiane d’Oriente alla Chiesa dell’antica Roma («che presiede nella carità la comunione di tutte le Chiese» – Ignazio di Antiochia) fa capo a un’antichissima, ma direi anche atavica, prassi ecclesiale: almeno dal 95 dopo Cristo abbiamo infatti attestazioni di comunità che si rivolgono alla Chiesa romana per chiedere un aiuto che sia al contempo normativo nella fede e collaborativo negli aspetti pratici della vita – l’etica e la politica – (l’allusione è all’appello cui Roma rispose con la cosiddetta “Lettera di Clemente ai Corinzi”). Ignorare queste radici significa di fatto mancare delle chiavi ermeneutiche indispensabili a cogliere la portata di eventi come quello di domani.

L’importanza ecclesiale dell’incontro è forte anche perché la voce della Chiesa, che viene «dai confini della terra» (Sal 60, 2), porta una lettura atipica della vasta crisi internazionale che perdura ormai quasi ininterrottamente dai tempi della Prima Guerra del Golfo. Oggi la Chiesa piange il distacco sensibile da uno dei suoi servi più fedeli e buoni nella nostra epoca, il cardinale Jean-Louis Tauran: fino ad aprile, nonostante il Parkinson che lo spegneva, il porporato si recava in Arabia Saudita a lavorare per la libertà religiosa dei cristiani (in tal senso è un po’ un secondo patrono della giornata di domani). Ieri sera il cardinal Ravasi salutava il confratello ricordandone un pensiero in un tweet:

È lo scontro delle inciviltà quello che va temuto perché rende pericoloso l’intero bacino del Mediterraneo: i Patriarchi orientali, caldei e cattolici, ce lo ripetono da anni, che il problema delle loro comunità non è il rapporto con l’Islam ma le guerre che l’Occidente foraggia con una mano (mentre con l’altra pretende di domarle). L’incontro di Bari offre dunque una parola profetica sullo scenario internazionale, e dalla raccolta delle risorse ecclesiali nel mistico nodo dello Spirito («Pace che il mondo irride, / ma che rapir non può» – Manzoni) potrà nascere davvero qualcosa di sorprendente e di buono.

Anche il rabbioso dibattere odierno sulla questione dei migranti, da parte della società delle nazioni, appare insieme sterile e capriccioso, diviso com’é tra le opposte fazioni dei radical chic da salotto (che vogliono le strade d’Europa piene di migranti, tanto i loro cocktail si fanno in terrazza…) e dei razzisti mal-dissimulati (che giungono a negare l’esistenza del diritto di emigrare). Proprio stamattina Papa Francesco, che ha voluto celebrare una messa per i migranti morti nel loro viaggio, ha detto parole che certamente valgono da volano per l’incontro di domani. «“Dov’è il tuo fratello? La voce del suo sangue grida fino a me”, dice Dio. Questa non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi» (Insegnamenti 1 [2013], vol. 2, 23). Purtroppo le risposte a questo appello, anche se generose, non sono state sufficienti, e ci troviamo oggi a piangere migliaia di morti.

L’odierna acclamazione al Vangelo contiene l’invito di Gesù: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28). Il Signore promette ristoro e liberazione a tutti gli oppressi del mondo, ma ha bisogno di noi per rendere efficace la sua promessa. Ha bisogno dei nostri occhi per vedere le necessità dei fratelli e delle sorelle. Ha bisogno delle nostre mani per soccorrere. Ha bisogno della nostra voce per denunciare le ingiustizie commesse nel silenzio – talvolta complice – di molti. In effetti, dovrei parlare di molti silenzi: il silenzio del senso comune, il silenzio del “si è fatto sempre così”, il silenzio del “noi” sempre contrapposto al “voi”. Soprattutto, il Signore ha bisogno del nostro cuore per manifestare l’amore misericordioso di Dio verso gli ultimi, i reietti, gli abbandonati, gli emarginati.

[…] Di fronte alle sfide migratorie di oggi, l’unica risposta sensata è quella della solidarietà e della misericordia; una riposta che non fa troppi calcoli, ma esige un’equa divisione delle responsabilità, un’onesta e sincera valutazione delle alternative e una gestione oculata. Politica giusta è quella che si pone al servizio della persona, di tutte le persone interessate; che prevede soluzioni adatte a garantire la sicurezza, il rispetto dei diritti e della dignità di tutti; che sa guardare al bene del proprio Paese tenendo conto di quello degli altri Paesi, in un mondo sempre più interconnesso. È a questo mondo che guardano i giovani.

Davvero Kyrill si perderà tutto questo?

A fronte di tante meraviglie i meno addentro alle tematiche di storia e di diplomazia ecclesiastiche faranno forse fatica a comprendere perché il patriarca moscovita Kyrill (che pure molto interesse ha, naturalmente, nella risoluzione delle tensioni medio-orientali) abbia preferito mandare come legato il fedelissimo e rampante metropolita Hilarion piuttosto che venire di persona. La risposta richiederebbe diverse ore di digressioni storiche, ma possiamo provare a sintetizzarla così: quando Costantinopoli è diventata un Patriarcato, poiché era difficile far credere al mondo che davvero sant’Andrea fosse passato di lì, la sua legittimazione è stata data col fatto che, essendo capitale imperiale, era “la seconda Roma”. Lo stesso avrebbe fatto qualche secolo più tardi Mosca, che si riconobbe il titolo patriarcale «poiché Dio l’ha giudicata degna dell’impero». La verità è che sia Costantinopoli sia Mosca si sono inserite in liste patriarcali con criterî ben diversi da quelli riconosciuti da principio per Roma, Alessandria e Antiochia, e questa “intromissione” ha creato moltissimi disordini e malumori (anche Gerusalemme sarebbe diventata Patriarcato solo con il concilio Efesino I, ma a differenza delle altre due sedi non ha mai dato problemi).

Al giorno d’oggi, poi, la questione storica si è complicata per una forte differenza di peso specifico in termini di fedeli: Costantinopoli è ridotta quasi al nulla dalla politica turca, che da quasi un secolo tende a limitare fortemente la presenza cristiana; Mosca dispone di un territorio primario già di per sé immenso, e le innumerevoli colonie di russi nel mondo hanno mano a mano ampliato il raggio d’azione del Patriarcato, ormai universale (si ricorderà che difatti l’incontro tra Papa Francesco e Kyrill si è svolto a Cuba…).

Ecco, in termini molto spiccioli la diplomazia ecclesiastica deve stare attenta a trovare posti d’incontro che siano al contempo neutri eppure proprî di ogni tradizione: Gerusalemme lo era stata per Paolo VI e Atenagora, Cuba lo stesso per Kyrill e Francesco… Bari potrebbe esserlo per un’assise che non si vede più quasi dai tempi di San Nicola.

Capisco bene le ragioni della ritrosia “politica” di Kyrill, ma è difficile immaginarsi che un pastore con quella responsabilità possa voler mancare a un evento come quello di domani…

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