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Ostia Eucaristia Sacerdote
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Una riflessione di Don Fortunato di Noto dopo l'ennesimo scandalo che ha coinvolto un sacerdote andatosi a sposare con un uomo

Se vuoi fare il prete, ti benedico. Ma non tornare mai indietro, stai al tuo posto. Sempre. Con responsabilità, lealtà, gioia, vivi ciò che il Signore, nella Chiesa, ti dona. Non è per te, ma in Lui e per gli altri. Così mio padre; così anche una vecchietta, all’indomani della ordinazione sacerdotale; venne a baciare le mani consacrate, unte e disse, con una saggezza rare e dei semplici, dei santi cristiani: da oggi sei carne da mangiare; non dimenticarlo mai. Non è una scelta vanificabile. E’ per sempre. Non è una scelta a tempo.

E fu così. Restando umano, nella fragilità ma nella bellezza, che è forza, di un risanamento risorgente. Coerente pur nelle cadute.
Il discernimento è cosa seria e non tutti riescono a farlo o hanno il dono per realizzarlo. C’è la crisi dei maestri. E’ vero. Quanti cattivi maestri instabili, vescovi, preti, diaconi e anche laici. Non leggete questo come un accanimento contro qualcuno o qualcosa.

Battezzato, cristiano e prete. Quanto discernimento è stato fatto, quanti coerenti e seri punti di riferimento cristiani, sacerdotali e familiari. Quanta costanza nell’ascolto della Parola di Dio, dell’Eucarestia, del confronto comune nella verità, nella e tra la gente. Un discernimento che non nasconde, un antidoto per non farsi abbattere dalle vicende non sanate, non guarite. Le verità nascoste, Lui, il Signore le conosce tutte e non possiamo permetterci di nasconderle, possono turbare gravemente la vita sacerdotale e tutta la comunità. Il sacerdozio non è una azione d’azzardo, un gioco, una semplice prova di un vestito.
Lasciarono tutto e lo seguirono. Diventare come Lui: miti e umili di cuore. Le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove.

Papa Francesco ha una profonda ragione quando scrive: “Non si possono riempire i seminari sulla base di qualunque tipo di motivazione, tanto meno se queste sono legate ad insicurezza affettiva, a ricerca di forme di potere, gloria umana o benessere economico” (Evangelii Gaudium, 107). Ma non dice solo quello. La Chiesa indica seri percorsi ben delineati nella nuova Ratio

Qualcuno mi ha detto che bisogna ripensare all’essere prete in una società che è cambiata, in un uomo che è sempre più fragile, che soffre e non ha più una stabilità. In tanti – ed è questo il segnale – che hanno una doppia vita e che il celibato è solo un incidente imposto ma eluso da una vita affettiva parallela, poca importanza se etero o omo: avere qualcun accanto che ti ama e ti comprende è cosa buona. E i preti ne hanno bisogno. Così mi è stato detto. Tutto si supererebbe: diminuirebbero gli scandali e la smetteremmo di cantare “anche i preti potranno sposare”.
Essere prete è bello, è una espressione fortemente evocativa. Ma, perché non dirlo, possiamo rendere questa bellezza un vecchiume, una schiavitù, un legame con un passato da esattore delle tasse, o da mandante che uccide i fratelli cristiani, o la doppia vita che opera il male, e che nega e uccide il sorriso e la speranza ad un bambino e che nutre famelicamente gli scandali (etero e/o omo) che non fanno bene alla comunità.
Quale prete vogliamo? Quello che già vivo. Da quasi 30 anni.

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