Non vuoi fare nessuna donazione?

Ecco 5 modi per aiutare Aleteia

  1. Prega per il nostro team e per il successo della nostra missione
  2. Parla di Aleteia nella tua parrocchia
  3. Condividi i contenuti di Aleteia con amici e familiari
  4. Disattiva il tuo AdBlock quando navighi nel nostro portale
  5. Iscriviti alla nostra Newsletter gratuita e non smettere mai di leggerci

Grazie!
Il team di Aleteia

iscriviti

Aleteia

La GPA: un servizio o invece sfruttamento?

© DR
© DR
Condividi
La chiamano “maternità surrogata” o anche “utero in affitto”, cioè quel procedimento o pratica procreativa nella quale una donna porta avanti una gravidanza e affronta quindi anche il parto per conto di altre persone. Proprio per questo ultimo aspetto viene denominata anche “gestazione per altri” o semplicemente GPA. I committenti, detti anche “genitori intenzionali”, possono essere sia persone singole che coppie, sposate o non sposate, eterosessuali o omosessuali.

Si possono distinguere due modalità o forme di GPA. Da un lato c’è la surrogazione “tradizionale”, nella quale il seme del padre viene usato per fecondare l’ovocito della madre surrogata, la quale diventa quindi automaticamente anche la madre biologica del nascituro, e dall’altro lato c’è la surrogazione definita “gestazionale”, nella quale vengono trasferiti nell’utero della madre surrogata uno o anche più embrioni creati in laboratorio con i gameti dei genitori biologici (o di donatori, in caso di sterilità di uno dei due partner).

I sostenitori tendono a descrivere il procedimento come un “servizio”. In Canada, dove la GPA a titolo gratuito è legale — la legge permette solo il rimborso di certe spese sostenute dalle donne –, la società Canadian Fertility Consulting (CFC) funge da ponte tra i genitori intenzionali e le madri surrogate. Una delle donne attualmente “assistite” dal CFC è la trentasettenne Stéphanie Aubry. “Se il parto va bene e io sono in buona salute, spero di poterlo rifare”, dichiara la madre di due figli a Radio Canada. Alla sua prima esperienza come madre surrogata, la donna sta portando avanti una GPA per conto di una coppia di omosessuali francesi.

India: una meta preferita

Oltre a suscitare quesiti di natura bioetica, la “maternità surrogata” è una pratica che si presta facilmente allo sfruttamento delle donne, soprattutto quelle che provengono dagli strati più poveri della società. Lo dimostra uno studio condotto dalla ricercatrice indiana, Sheela Saravanan, che ha lavorato anche presso l’Università di Göttingen, in Germania.

In un’intervista concessa a FigaroVox e ripresa dal sito Libertépolitique.com, l’autrice del libro A Transnational Feminist View of Surrogacy Biomarkets in India (2018) offre uno spaccato della situazione delle donne indiane che hanno deciso di diventare madri surrogate.

Se il Paese è diventato oggi una meta preferita dei genitori intenzionali è perché in India “le madri surrogate non hanno assolutamente alcun diritto sul bambino che portano in grembo, nemmeno sul loro proprio corpo per tutta la gravidanza”, così spiega la Saravanan, che per la sua ricerca ha avuto un aiuto da parte di due cliniche indiane.

La realtà della maternità surrogata in India è molto lontana dall’immagine romantica diffusa in alcuni talk show statunitensi, così continua la ricercatrice. “In India, la gestazione per altri è una violazione flagrante dei diritti dell’uomo”, che comporta anche “rischi importanti per la salute delle donne”.

Mentre le madri surrogate vivono per nove mesi (o anche di più, se allattano il bambino) in surrogate homes all’interno delle cliniche, quest’ultime commettono “diverse attività illegali”, ha constatato la Saravanan: non danno nessuna copia del contratto alle madri surrogate, inoltre falsificano i certificati di nascita e trasferiscono sistematicamente cinque embrioni nell’utero, invece dei tre consentiti dalla legge, per ricorrere all’aborto selettivo – in India i figli maschi sono preferiti alle femmine – se più di due risultano vitali.

La ragione per la quale molte donne indiane si offrono come mamme surrogate è economica. Scelte preferibilmente tra i ceti più poveri della società, esse possono guadagnare 3.500 € per gravidanza (se gemellare il compenso sale a 7.000 €), una cifra che permette di acquistare casa, di lanciare un’attività o di mandare i propri figli ad un collegio privato.

“Queste cliniche sembrano giganteschi bazar, dove tutto ha un prezzo: il corpo delle donne, il loro latte materno, il lavoro come tata che alcune fanno per qualche tempo dopo la nascita, il numero di bambini, il loro peso, il loro sesso, la loro salute, e persino la casta sociale o la religione della madre”, conclude la ricercatrice.

Surrogacy Bill 2016

Non desta quindi sorpresa che si siano alzate numerose voci chiedendo al governo di legiferare sul tema, specialmente dopo la scoperta nel luglio dell’anno scorso di un traffico di donne surrogate.

Anche se l’India non ha nessuna legge che vieta di praticare la GPA, come ricorda il direttore di una clinica illegale nello Stato dell’Andhra Pradesh, Diwakar Reddy, citato da La Croix, un progetto di legge che vuole porre fine alla GPA a fini commerciali, la Surrogacy Bill 2016, attende ancora di essere presentato nel parlamento di Nuova Delhi.

Il governo guidato dal partito nazionalista indù BJP sarebbe propenso a riservare la pratica alle coppie sposate indiane, escludendo cioè gli stranieri, le persone singole, le coppie non sposate e quelle omosessuali. Il partito del Congresso, all’opposizione, ha parlato di un progetto “dell’età della pietra” e una commissione parlamentare l’ha definito “bigotto”, così riferisce La Croix.

Pagine: 1 2

Newsletter
Ricevi Aleteia tutti i giorni
I lettori come te contribuiscono alla missione di Aleteia.

Fin dall'inizio della nostra attività nel 2012, i lettori di Aleteia sono aumentati rapidamente in tutto il mondo. La nostra équipe è impegnata nella missione di offrire articoli che arricchiscano, ispirino e nutrano la via cattolica. Per questo vogliamo che i nostri articoli siano di libero accesso per tutti, ma per farlo abbiamo bisogno del vostro aiuto. Il giornalismo di qualità ha un costo (più di quello che può coprire la vendita della pubblicità su Aleteia). Per questo, i lettori come TE sono fondamentali, anche se donano appena 3 dollari al mese.