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Eugenio Montale e quella voglia di recitare il Padre Nostro prima di morire

Eugenio Montale e la fede

© Public Domain

Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 04/07/18

Chiese al prete di ripeterlo insieme in latino. Fu un suo modo per ricongiungersi con quel Dio che aveva cercato durante la vita

La ricerca di Dio, il culto per i Magi e l’amore per la preghiera del “Padre Nostro”. Alto che ateo! Uno dei maggiori letterati del ‘900 italiano, Eugenio Montale, il “poeta del dubbio”, era un fervido credente. A fare chiarezza sulla sua fede è stata sua nipote Bianca Montale.

La ricerca della fede

Secondo Bianca, allo zio Eugenio «è mancata la “folgorazione” della fede, senza la quale è difficile razionalmente comprendere tante cose della Chiesa». Per questo, a suo avviso, lo zio era «un cristiano senza dogmi».

Nel 1917 nel suo diario, l’autore di “Ossi di seppia” scrive:

“Da tre giorni il dubbio mi par pazzesco, la ragione uno strumento diabolico! Davvero che la Fede è grazia e non si può averla senza una completa sfiducia nelle capriole della logica. Il dubbio è antifilosofico”.

Ma è soprattutto negli ultimi anni di vita che questa sua ricerca diventa più pressante. Scrive meno, quasi nulla per via della malattia. Ma parla. Voleva sapere, conoscere.


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Il bene e il male

«Trascorrevamo giornate intere a discutere, ad esempio, del Bene e del Male, delle eresie del II secolo dopo Cristo. Non erano discussioni astratte – evidenzia Bianca – ma come se volesse avvicinarsi e comprendere questo Altro. Come disse il mio caro amico Carlo Bo, “quel Dio che Montale, come tutti i veri credenti, non nomina mai invano”. In mio zio c’era l’idea di un essere superiore, soprattutto aveva una passione per la figura di Cristo. Prima di andare in ospedale, dove sarebbe morto, sul suo comodino di casa aveva una vita di Cristo».

Il Pater Noster

Bianca rivela che Eugenio teneva sempre nel portafoglio un santino, un’Adorazione dei Magi e sotto la scritta “La bontà di Dio si è manifestata in Cristo”.

Ad un compleanno gli regalò un Vangelo che era la riproduzione anastatica di una versione del Quattrocento. Poco prima di morire chiese al cappellano della clinica San Pio X, dove era ricoverato, di recitare insieme un Padre nostro, «anzi il Pater noster perché preferiva il latino. A mio avviso significa che aveva riconosciuto un Padre. Mi sembrano segni di questa ricerca mai sopita e allo stesso tempo mai conclamata, come era del suo carattere: timido e schivo».




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I preti buoni e cattivi

Durante la Prima Guerra mondiale un suo caro amico e commilitone, Ettore Crovella, che poi diventò monsignore, gli regalò un libro con questa dedica: “Caro Eugenio, tu sei molto più vicino a Dio di quanto pensi”. «Aveva una sete di conoscenza continua dei temi religiosi – conclude Bianca – aveva studiato le grandi eresie: pelagiani, nestoriani. Mentre mal sopportava – e su questo eravamo molto in sintonia – i preti impegnati. Con il suo modo ironico prendeva in giro i sacerdoti in borghese o peggio i preti operai. Ma aveva sempre grande rispetto dei sacerdoti veri» (Avvenire, 2014).

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