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Maddalena: grazie alla verginità Dio mi dona tutto il mondo

MADDALENA MONGERA
Maddalena Mongera
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Una famiglia che l’ha educata all’accoglienza degli ultimi, il grande amore per l’arte medievale e ora una chiamata in Ucraina a un passo dalla guerra

L’ho conosciuta a Firenze e mi accoglieva sempre con un sorriso disarmante. Ho voluto chiederle cosa c’era dietro la sua gioia e ne è nato un racconto che parte da Varese e arriva fino all’Ucraina, passando per l’arte medievale. Cosa accomuna tutto questo? Una strana frase, colta da lei durante una conferenza e a lungo meditata, in cui si parla di “un amore così grande che sta insieme a tutti gli altri amori senza distruggere nulla”: la scelta della verginità è un’ipotesi di accoglienza grata e gratuita al disegno grande di Dio per noi.

Cara Maddalena, grazie di aver accolto l’invito di Aleteia di raccontarci la tua storia. Vorrei partire dalla tua infanzia; come la tua famiglia ti ha aiutato a capire chi volevi essere?

Sono nata in una famiglia cristiana in provincia di Varese, ho una sorella e un fratello minori. Ricordo la mia infanzia come un momento vissuto molto coi nonni, perché i nostri genitori erano impegnati in lavori molto complicati, ma significativi anche per noi.
Mia madre è stata educatrice all’Anaconda, un centro per disabili. Mio padre, dopo aver fatto il progettista elettricista, ha deciso di rischiare e dedicarsi a un’opera diversa: tutto è cominciato mentre faceva caritativa all’ospedale Niguarda di Milano nel reparto degli ammalati di Aids. Erano gli anni ’80, al culmine dell’esplosione della malattia; non si sapeva come curare i pazienti e in molti casi ci si limitava ad accudirli nell’igiene personale, accompagnandoli alla morte. Quest’esperienza è stata la molla per convincere mio padre a dedicarsi a chi cade nella tossicodipendenza.

Perciò posso dire di essere cresciuta in una strana famiglia allargata: da una parte c’erano i drogati seguiti dal papà e dall’altra i disabili della mamma. Io e i miei fratelli siamo cresciuti imparando a non aver scandalo del diverso o di chi si è fatto male.

MADDALENA, MONGERA
Maddalena Mongera

È scontato avere la fede, quando si cresce in una famiglia cristiana?

No, infatti durante il liceo ho avuto un momento di disinteresse, mi sembrava addirittura che i miei amici fuori dall’esperienza cristiana fossero più sereni. Poteva sembrare che la fede complicasse la vita. La mia difficoltà era legata alla percezione di non sentirmi nel posto giusto e di stare buttando via tempo. Chi ha questo dubbio comincia inevitabilmente a sentire il vuoto attorno a sé. Devo dire grazie a due insegnanti che non hanno mai smesso di tenermi d’occhio e adesso, a posteriori, riconosco a loro il merito di avermi fatto capire che fare il proprio dovere e stare lì, nel posto dove sei stato voluto, sono le cose più belle perché la fede rimanga viva.

Poi è cambiato qualcosa?

Sì, io ho sempre fatto parte del Movimento di CL e ci fu un momento preciso e decisivo per la mia vita: la morte di Don Giussani. Mi sono accorta della profondità di esperienza che c’è nel cristianesimo, proprio al suo funerale.

Sono stata nella camera ardente, di fronte alla salma di Don Giussani, ho visto i suoi più cari amici che lo guardavano senza piangere, cioè senza essere disperati. Ho osservato tutto con attenzione, il catafalco, il corpo, l’espressione del volto: mi è venuto in mente il Cristo morto di Andrea Mantegna.
Era il periodo in cui dovevo decidere quale facoltà universitaria scegliere e l’ho capito proprio alla camera ardente, mi sono detta: se, di fronte a questo dolore grande che sta accadendo, mi viene da associare la realtà a un’opera d’arte, allora devo studiare questo.

MADDALENA MONGERA
Maddalena Mongera

È una scelta un po’ folle, senz’altro non in sintonia con ciò che le leggi di mercato suggerirebbero per avere un lavoro sicuro. Che cosa s’impara dall’arte?

Studiare arte mi ha aperto la testa e il cuore. Ricordo innanzitutto due gite fatte durante il liceo, occasioni per vedere da vicino dei capolavori che mi hanno segnato.
In terza visitammo le chiese romaniche di Siena e dintorni, poi in quinta andammo in Provenza e a Vence rimasi affascinata dalla Cappella del Rosario di Matisse.

È un luogo con una storia bellissima alle spalle: Matisse si ammalò di tumore e conobbe un’infermiera con cui nacque un’amicizia profonda. Uscito dall’ospedale non la sentì per lungo tempo perché la donna era entrata in clausura; quando lo scambio epistolare riprese, i due discussero senza eufemismi sulla fede ed infine lui costruì la cappella del monastero dove lei viveva.

CAPPELLA, ROSARIO, MATISSE
Cappella del Rosario- Henry Matisse

Arrivata in università, la mia passione si è approfondita. L’arte è un’educazione a guardare e notare che la bellezza c’è, anche sotto forme non immediate. Ricordo una frase di Luigi Ghirri letta in qualche aula: «Ho cercato nel gesto del guardare il primo passo per cercare di comprendere».

Ecco, l’arte come ci insegna a guardare la realtà?

Guardare è un gesto che c’è prima di ogni pensiero. Bisogna dare un tempo agli occhi per stare davanti a un oggetto. Questo l’ho imparato soprattutto dall’arte medievale, a cui mi sono dedicata nonostante inizialmente fossi partita con l’idea di studiare il periodo contemporaneo.

Ma il Medioevo non è il periodo dei secoli bui?

Tutt’altro! L’arte medievale ha dentro una grande idea: l’uomo è fatto per guardare tutto e ha una simpatia per tutto ciò che esiste, perché dietro c’è la mano di Dio. L’artista è colui che osserva ogni dettaglio per dire agli altri uomini che tutte le cose sono state create.
Ti racconto un episodio. Ho completato i miei studi a Firenze, proprio nel periodo in cui veniva restaurata la Cappella Maggiore di Santa Croce: è alta 27 metri e gli affreschi della volta sono pieni di dettagli che da terra nessuno vede. Ho potuto vedere il restauro visitando i ponteggi insieme ai miei compagni di corso; quando siamo arrivati lassù, una restauratrice era intenta a sistemare gli occhi e le ciglia di un angelo.

A fronte della domanda del mio professore sul perché si perdesse tempo su certi dettagli, la capo cantiere rispose: «Questi dettagli ci sono perché qualcuno li ha fatti, dovremmo trascurarli solo perché da giù non si vedono?».
Questo è il criterio medievale, uno sguardo mosso da una gratuità e gratitudine. Le opere d’arte medievali sono state fatte per essere guardate non solo da occhi umani. Se ci pensi, è come salire sulle terrazze del Duomo di Milano e accorgersi che sono tutte scolpite, nonostante in origine non ci fosse l’accesso al pubblico.

MADDALENA MONGERA
Maddalena Mongera

Posso permettermi di intuire che questo modo di guardare è stato decisivo anche per accompagnarti a capire la tua vocazione?

Il medioevo mi ha portato a guardare con fascino la vita monastica. C’era in me il piccolo seme dell’idea di dare tutto a Chi mi ha dato tutto. Durante l’università ci fu un altro incontro decisivo per capire meglio cosa volevo per me, anche se sul momento non lo presi sul serio.

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