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La sete del Paradiso ci accompagna nonostante le cadute

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Il nostro cuore infangato va nutrito di silenzio, bellezza e fatica

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omni custodia serva cor tuum quia ex ipso vita procedit
Proverbi, 4,23

Com’è difficile la custodia del cuore, distinguere le passioni che nutrono la nostra anima da quelle che nutrono il nostro ego, sapere qual è il punto in cui una parola, uno sguardo, una lamentela, sono di troppo, passano da ciò che è legittimo a ciò che ci avvelena.

A volte sembriamo procedere per cadute, a ogni periodo di buone abitudini e buoni propositi segue un periodo di inadempienze, forse per ricordarci che non sappiamo fare nulla da soli e qualunque successo, qualunque cosa fatta bene, non farebbe altro che nutrire la nostra illusione di sussistere per noi stessi.

MANO, PRATO, CIELO
Arjunsyah | Unsplash

Siamo invece servi inutili, e anche un po’ tonti. Eppure il cuore continua ad avere sete di Paradiso.

Negli anni ho appreso che il cuore si custodisce nel silenzio, nella preghiera, nella bellezza e nella liturgia. Con buone letture e buone conversazioni, cercando compagni di strada che ci indichino un punto in alto sopra di noi. Camminando nei boschi o in riva al mare, vicini alle persone che la vita ci ha affidato. Guardando le nuvole, il sole e le montagne. Senza scappare dalla fatica, dal dolore, dalla croce.

L’ho appreso e lo dimentico ogni volta, ritrovandomi in petto un cuore nero, calpestato, accartocciato. Che non può andare a fare neppure un breve giro a spasso da solo senza tornare a casa ricoperto di fango.

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