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Dalla Siria: Maya cammina grazie a due lattine trasformate in protesi dal papà

MAYA MERI
Ahmad Al Ahmad I ANADOLU AGENCY
IDLIB, SYRIA - JUNE 21: Syrian Maya Meri (L), (8), who lost her legs during birth and uses artificial legs, which were made from pvc pipes and tin cans by her father, and her father Ali Meri (R) are seen in Idlib, Syria on June 21, 2018. Ahmad Al Ahmad / Anadolu Agency
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Una famiglia in fuga da Aleppo, una storia di grande amore: perché lì dove l'uomo soffre la dignità della persona splende ancora di più

Che ne è della Siria? Perché non se ne parla più? È tutto finito?
Per nulla. Anzi, la situazione continua a essere grave, anche se le notizie arrivano a noi senza titoloni, proclami forti e appelli. Le ultime news ci informano di scontri in corso nella provincia di Daraa:

L’esercito legittimo di Damasco sostenuto dai caccia militari russi ha respinto un attacco nel sud della Siria, uccidendo 70 terroristi. […] Sarebbero circa 20mila le persone fuggite da martedì scorso dalle aeree in mano ai ribelli nella parte orientale della provincia meridionale di Daraa (da Il Secolo d’Italia).

SYRIA AFRIN
Ahmad Shafie BILAL I AFP

Lunedì scorso due missili israeliani sono esplosi vicini all’area dell’aeroporto internazionale di Damasco. Non c’è dunque tregua al conflitto in questa zona del mondo e il dramma umanitario continua ad aggravarsi. Ne ha dato conferma il cardinal Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria, durante la festa di Avvenire a Matera:

“Più della metà degli ospedali sono fuori uso come una scuola su tre. Ci sono tanti buoni samaritani in Siria. Nel settore sanitario ne sono stati uccisi più di 700. Nel Paese, i ladroni uccidono anche i buoni samaritani”. (da Sir)

Per mandare un abbraccio di vicinanza al popolo siriano, e per diffondere un messaggio di speranza per tutti, raccontiamo una piccola grande storia di bene tra le macerie. Perché, ostinatamente e misteriosamente, va messo a verbale che – a tutte le latitudini del mondo – l’umanità ferita manifesta una creatività stupefacente, testimoniando un positivo dentro l’incubo.

Maya Meri ha otto anni, è venuta al mondo ad Aleppo sotto le bombe ed è nata senza gambe a causa di una malattia genetica. Non è bella un’infanzia in fuga o nel terrore, trovandosi a elemosinare il necessario in un campo profughi. Essere disabile grave può significare il peggio possibile in un contesto di vita simile. Maya è un fragilissimo frammento umano dentro una polveriera; facilissimo schiacciarla, eliminarla, dimenticarla.

In guerra non ci sono regole, no?

In guerra bisogna usare al meglio tutte le proprie risorse, e chi non ne ha?

AP/EAST NEWS

In questa trama fatta di spietatezza e brutalità occorre l’occhio di un padre. Solo uno sguardo innamorato può dire con coraggio e autorevolezza che nessuno deve essere lasciato indietro, che non esistono scarti umani ma solo anime degne di speranza.

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