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Per gioire ed esultare davvero l’unica via è donarsi totalmente, in ogni condizione di vita

BLESSED MARIA GABRIELLA
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L’appello di Papa Francesco nell’ultima esortazione apostolica passa anche attraverso gli occhi d’agnello di Maria Gabriella Sagheddu: una giovane sarda trappista di inizio Novecento che chiede il permesso alla madre superiora di offrire la propria vita per l’unità dei cristiani. Non solo slancio eroico ma totale obbedienza e un tratto inconfondibile, un indizio che diventa prova schiacciante: la gioia

Parole traboccanti di gioia, eppure pallidi riverberi della felicità che sfolgorò nel cuore di Gabriella, di Teresina, e nella beatitudine di chiunque riesca a sbloccarsi, a donarsi fino in fondo: “La parola «felice» o «beato» diventa sinonimo di «santo», perché esprime che la persona fedele a Dio e che vive la sua Parola raggiunge, nel dono di sé, la vera beatitudine” (GE 64: notiamo come anche qui, nella parte centrale dell’esortazione di Francesco in cui la santità cristiana è evocata secondo le coordinate delle beatitudini evangeliche, campeggi il dono di sé). Maria Gabriella ci ricorda così, nella sua felicità sconfinata, che quanto più si vive la donazione di sé tanto più si vive la felicità dei santi, su cui il Santo Padre si sente in dovere di fare una precisazione teologica di non poco momento (come se non bastasse la scelta emblematica del titolo dell’esortazione!):

Quanto detto finora non implica uno spirito inibito, triste, acido, malinconico, o un basso profilo senza energia. Il santo è capace di vivere con gioia e senso dell’umorismo. Senza perdere il realismo, illumina gli altri con uno spirito positivo e ricco di speranza. Essere cristiani è «gioia nello Spirito Santo» (Rm 14,17), perché «all’amore di carità segue necessariamente la gioia. Poiché chi ama gode sempre dell’unione con l’amato […] Per cui alla carità segue la gioia» (S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I-II, q. 70, a. 3). Abbiamo ricevuto la bellezza della sua Parola e la accogliamo «in mezzo a grandi prove, con la gioia dello Spirito Santo» (1 Ts 1,6). Se lasciamo che il Signore ci faccia uscire dal nostro guscio e ci cambi la vita, allora potremo realizzare ciò che chiedeva san Paolo: «Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti» (Fil 4,4) (GE 122).

Ora, il Carmelo è precisamente – anche se non esclusivamente – il luogo dove è possibile constatare storicamente quanto queste parole siano vere, quanto le felicità più grandi siano quelle conseguite dalle anime che più s’offrirono e soffrirono (è davvero uno questione d’apostrofo): da S. Teresa di Gesù e S. Giovanni della Croce, che morirono dalla voglia di “vedere Dio” lasciando memorabili versi di desiderio struggente, a S. Teresa di Gesù Bambino, “mistica e comica”[12] che si sentiva in uno stato di perenne “baldoria spirituale”[13] (anche negli ultimi anni della sua notte oscura), alla “gioia contagiosa” di Maria Teresa Gonzalez-Quevedo[14] alla “fiamma di gioia” di Maria Angelica di Gesù (Yvonne Bisiaux)[15] alla “vacanza infinita” di S. Teresa di Los Andes[16]: nel giardino del Carmelo è un continuo zampillare di gioia, sotto l’albero della croce.

La gioia della festa esagerata dei figlioli prodighi, di coloro che hanno sentito scorrere su di sé le misericordie del Signore: è questo “l’esercito dei perdonati” (GE 82) che diventa a sua volta un esercito di “donati”. È questo quanto il Papa si augura e auspica per tutti. Perché in questa mistica dell’offerta totale di sé non potrebbe indicarci antidoti migliori contro i letali nemici della santità individuati dall’esortazione: il neognosticismo (GE 36-46), il neopelagianesimo (GE 47-62), la riduzione del cristianesimo a ONG (GE 100)[17]. Ma attenzione: questo non vuol dire che Papa Francesco auspichi per tutti un “atto di offerta” della propria vita, formale, quale quello che fecero la beata Maria Gabriella Sagheddu o S. Teresina. C’è un’altra citazione carmelitana di capitale importanza di cui tener conto all’inizio dell’esortazione: quella tratta dal Cantico Spirituale di S. Giovanni della Croce, con cui il Doctor mysticus precisa che non ci sono regole fisse per tutti, e che ognuno deve giovarsi “a modo suo” dei suoi versi, del suo radicale invito alla testimonianza cristiana (GE 11).

Papa Francesco, avendo citato poche righe prima il caso di Maria Gabriella e additandola come esempio universale, intende semplicemente ribadire che non possiamo concepire la santa testimonianza cristiana come qualcosa che esuli dal dono totale di sé, a prescindere dal fatto che questo dono avvenga in una forma di vita consacrata o laicale. Il desiderio mistico di Maria Gabriella e di Teresina di offrire la propria vita, accettando anche una morte a breve termine per conformarsi al proprio sposo, unendo le proprie sofferenze alle Sue per la salvezza delle anime (Col 1,24), non è che la visibilizzazione, la manifestazione “sugli altari” di quanto ogni cristiano che senta sul serio la chiamata alla santità è chiamato a vivere: comprendendo che il chicco di grano, se vuol far frutto, non può non accettare per amor Suo la propria morte (naturale o prematura); che la croce è ciò che necessariamente deve apparire su quel chicco se vogliamo che si franga in spiga; che il Battesimo è immersione non in altro che nella morte e risurrezione del Signore; che il martirio, se solo per alcuni può essere di spada, per tutti può essere di spilli. La spiritualità dell’offerta della vita ci inchioda al ricordo di quale sia la posta in gioco: non una proposta morale, non una passione a noi estranea, ma vera morte e vera nascita, come in ogni vera storia d’Amore che si rispetti.

Per proseguire nella lettura della meditazione completa rimandiamo al link originale

 

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carmelitaniGaudete et exultatepapa francescosantitatrappisti
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