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Per gioire ed esultare davvero l’unica via è donarsi totalmente, in ogni condizione di vita

BLESSED MARIA GABRIELLA
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L’appello di Papa Francesco nell’ultima esortazione apostolica passa anche attraverso gli occhi d’agnello di Maria Gabriella Sagheddu: una giovane sarda trappista di inizio Novecento che chiede il permesso alla madre superiora di offrire la propria vita per l’unità dei cristiani. Non solo slancio eroico ma totale obbedienza e un tratto inconfondibile, un indizio che diventa prova schiacciante: la gioia

Mentre la logica della santità cristiana, a cui tutti Dio invita, è precisamente e imprescindibilmente, concretamente e inappellabilmente, “la logica del dono e della croce”. Ed è infatti questo il titolo dell’ultimo paragrafo dell’esortazione apostolica di Papa Francesco, a suggello di una lunghissima serie di appelli alla donazione di sé con cui il Pontefice tratteggia ora questo ora quell’aspetto della santità cristiana. Voglio riportarli, sinteticamente, per dare idea al lettore di quanto sia vivo il rosso di questo filo che si dipana lungo tutto il documento (i corsivi sono miei):

Questo dovrebbe entusiasmare e incoraggiare ciascuno a dare tutto sé stesso, per crescere verso quel progetto unico e irripetibile che Dio ha voluto per lui o per lei da tutta l’eternità: «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato» (Ger 1,5)” (GE 13).

Poiché non si può capire Cristo senza il Regno che Egli è venuto a portare, la tua stessa missione è inseparabile dalla costruzione del Regno: «Cercate innanzitutto il Regno di Dio e la sua giustizia» (Mt 6,33). […] Pertanto non ti santificherai senza consegnarti corpo e anima per dare il meglio di te in tale impegno (GE 25).

Forse che lo Spirito Santo può inviarci a compiere una missione e nello stesso tempo chiederci di fuggire da essa, o che evitiamo di donarci totalmente per preservare la pace interiore? […] La sfida è vivere la propria donazione in maniera tale che gli sforzi abbiano un senso evangelico e ci identifichino sempre più con Gesù Cristo (GE 27-28).

Ci occorre uno spirito di santità che impregni tanto la solitudine quanto il servizio, tanto l’intimità quanto l’impegno evangelizzatore, così che ogni istante sia espressione di amore donato sotto lo sguardo del Signore. In questo modo, tutti i momenti saranno scalini nella nostra via di santificazione (GE 31).

Solo a partire dal dono di Dio, liberamente accolto e umilmente ricevuto, possiamo cooperare con i nostri sforzi per lasciarci trasformare sempre di più. La prima cosa è appartenere a Dio. Si tratta di offrirci a Lui che ci anticipa, di offrirgli le nostre capacità, il nostro impegno, la nostra lotta contro il male e la nostra creatività, affinché il suo dono gratuito cresca e si sviluppi in noi: «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio» (Rm 12,1)” (GE 56).

Potremmo pensare che diamo gloria a Dio solo con il culto e la preghiera, o unicamente osservando alcune norme etiche – è vero che il primato spetta alla relazione con Dio –, e dimentichiamo che il criterio per valutare la nostra vita è anzitutto ciò che abbiamo fatto agli altri. La preghiera è preziosa se alimenta una donazione quotidiana d’amore. Il nostro culto è gradito a Dio quando vi portiamo i propositi di vivere con generosità e quando lasciamo che il dono di Dio che in esso riceviamo si manifesti nella dedizione ai fratelli (GE 104).

Chi desidera veramente dare gloria a Dio con la propria vita, chi realmente anela a santificarsi perché la sua esistenza glorifichi il Santo, è chiamato a tormentarsi, spendersi e stancarsi cercando di vivere le opere di misericordia (GE 107).

La santificazione è un cammino comunitario, da fare a due a due. Così lo rispecchiano alcune comunità sante. In varie occasioni la Chiesa ha canonizzato intere comunità che hanno vissuto eroicamente il Vangelo o che hanno offerto a Dio la vita di tutti i loro membri (GE 141).

Infine, malgrado sembri ovvio, ricordiamo che la santità è fatta di apertura abituale alla trascendenza, che si esprime nella preghiera e nell’adorazione. Il santo è una persona dallo spirito orante, che ha bisogno di comunicare con Dio. È uno che non sopporta di soffocare nell’immanenza chiusa di questo mondo, e in mezzo ai suoi sforzi e al suo donarsi sospira per Dio, esce da sé nella lode e allarga i propri confini nella contemplazione del Signore (GE 147).

In questo cammino, lo sviluppo del bene, la maturazione spirituale e la crescita dell’amore sono il miglior contrappeso nei confronti del male. Nessuno resiste se sceglie di indugiare in un punto morto, se si accontenta di poco, se smette di sognare di offrire al Signore una dedizione più bella (GE 163).

La logica del dono e della croce. Non si fa discernimento per scoprire cos’altro possiamo ricavare da questa vita, ma per riconoscere come possiamo compiere meglio la missione che ci è stata affidata nel Battesimo, e ciò implica essere disposti a rinunce fino a dare tutto. Infatti, la felicità è paradossale e ci regala le migliori esperienze quando accettiamo quella logica misteriosa che non è di questo mondo. Come diceva san Bonaventura riferendosi alla croce: «Questa è la nostra logica» (GE 174).

Quando scrutiamo davanti a Dio le strade della vita, non ci sono spazi che restino esclusi. In tutti gli aspetti dell’esistenza possiamo continuare a crescere e offrire a Dio qualcosa di più, perfino in quelli nei quali sperimentiamo le difficoltà più forti (GE 175).

Ecco, in breve, quella che mi pare l’ossatura del documento: alla quale è chiesto di dare carne, la nostra carne, “come sacrificio vivente e gradito a Dio” (Rm 12,1). La beata Maria Gabriella ci ricorda che l’autodonazione in cui consiste la santità, se veramente tale, non può fare sconti, non può dire “solo fino a qui mi dono, solo fino a qui mi sacrifico”. Ogni cristiano, se vuol essere davvero santo, è dunque chiamato anzitutto a capire fino a dove vuole arrivare. Papa Francesco, adducendo l’esempio di Maria Gabriella come esemplare imitazione di Cristo, ci sta ricordando che non potremo sbagliarci se guarderemo fino a dove è arrivato Lui: “fino alla fine” (Gv 13,1). Li amò fino alla fine. È chiaro che per arrivare a questo amore la buona volontà non basta, anzi è assolutamente inutile. Come ha reagito Maria Gabriella di fronte a questa constatazione? Con l’unica risposta logicamente possibile, se la nostra logica è quella sopra enunciata:

È veramente grande l’amore di Gesù e nessuna creatura per quanto perfetta arriverà mai a uguagliare questo amore. L’amore di Gesù purifica, brucia, incendia i cuori […] Quando penso a questo, mi confondo nel vedere il grande amore di Gesù per me, e la mia ingratitudine e incorrispondenza alle sue predilezioni. Adesso comprendo bene quel detto che dice che Dio non vuole la morte del peccatore, ma che gli si converta e viva, perché l’ho sperimentato in me. Egli ha fatto a me come il figliol prodigo (L 7[11]);

O Gesù, io mi offro con te in unione al tuo sacrifico, e sebbene sia indegna e da nulla, spero fermamente che il divin Padre guardi con occhi di compiacenza la mia piccola offerta, perché sono unita a Te e del resto ho dato tutto ciò che era in mio potere. O Gesù, consumami come una piccola ostia di Amore per la tua gloria e per la salvezza delle anime” (L 23);

La mia felicità è tanto grande e nessuno può togliermela. È più grande di quella che godono i ricchi nei loro palazzi perché questi, forse mentre godono, hanno forse la morte nel cuore. Non c’è felicità più grande di quella di poter soffrire qualche cosa per amore di Gesù e per la salvezza delle anime. Siate felice anche voi, madre mia, e ringraziate il Signore di questa grazia grande che ha fatto a voi e a me” (L 34); “Gesù mi ha scelta quale privilegiata dell’amor Suo dandomi la sofferenza per rendermi più simile a Lui ed io ne sono ben felice e lo ringrazio. Sento che non arriverò mai a capire abbastanza l’amore che Gesù mi dimostra in offrirmi questa croce…  (L 40).

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