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In Veneto un cimitero dei bimbi non nati, per dire “ci sei stato, ti amerò sempre”

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Annalisa Teggi - pubblicato il 26/06/18

Il lutto per una vita che si spegne nel grembo è un dolore profondo che la sepoltura può aiutare a vivere in pienezza e consolare

Lo scorso 19 giugno è stato inaugurato a Torri di Quartesolo, in provincia di Vicenza, uno spazio cimiteriale per i bambini mai nati, cioè abortiti prima della 28 settimana (sia per aborto spontaneo sia per aborto volontario). In merito alla gestione emotiva e anche concreta di questi veri e propri lutti ci sono ancora molte ombre nel nostro paese. Perciò il governatore Luca Zaia si è premurato di spiegare dalla sua pagina Facebook:

La Regione ha legiferato sulla materia, stante il desiderio espresso da molte famiglie ai sindaci e alle Ulss del territorio. La norma prevede da qualche mese l’obbligo a informare i genitori sulla possibilità di dare sepoltura anche ai bambini scomparsi prima delle 28 settimane di gestazione. Nel caso in cui i genitori del bambino, in piena coscienza, non siano interessati alla sepoltura, sarà l’Usl a farsene carico.

In Italia esistono circa 21 camposanti di questo tipo, ad ogni nuova apertura si apre un dibattito che tocca corde molto profonde e drammatiche.

CIMITERO, BAMBINI
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Il diritto all’aborto e il diritto alla sepoltura

Il gesto pietoso di poter piangere in un luogo concreto una vita, così piccola da non aver visto la luce del sole, è ritentuto un’offesa alle donne da chi si erge a paladino del diritto all’aborto. Questa contrapposizione fa male a tutti, eppure anche da un dibattito, che ha visto posizioni molto dure e aspre, emergono squarci di verità interessanti.

Ripercorriamo alcune tappe.

Era il gennaio 2012 e a Roma veniva inaugurato il «Giardino degli angeli» all’interno del cimitero Laurentino, ne seguirono polemiche politiche legate a un presunto attacco per abolire la legge 194. Ci fu chi parlò violentemente e chi, sempre in difesa di un femminismo ideologico, si limitò a ribellarsi ponendo domande. Così scriveva Luisa Pronzato:

Vi prego, fate ancora silenzio. E nel silenzio mi chiedo: che cosa rappresenta quella lapide bianca? Un punto di unione verso un bambino che non c’è o una fonte di colpa? La consolazione o la perpetuazione di un dolore? Quel camposanto benedetto oggi che cosa dice a una donna: che è stata inadeguata per non essere riuscita a portare a termine la gravidanza o colpevole per aver voluto interromperla? (dal Corriere)

La risposta autentica a questi interrogativi astratti può essere trovata, in differita, nelle discussioni sorte l’anno seguente, all’inaugurazione di un nuovo luogo di sepoltura.

Era il novembre 2013 e a Pontedera vicino Firenze un altro ritaglio di terra del cimitero veniva destinato ai bambini non nati. Il dibattito si riapriva acceso. Una voce fuori dal coro fu quella della dottoressa Alessandra Kustermann, ginecologa e primario alla clinica Mangiagalli di Milano, donna di sinistra e sostenitrice della legge 194:

Sono ginecologa dal 1979 e non ho mai sentito una donna nominare quello che portava in grembo come feto, embrione o grumo di materia. Decidere di seppellire un bambino abortito è una scelta che va lasciata alle donne senza ferire la loro sensibilità e spesso le aiuta a superare il lutto.
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Approfondisce, poi:

Non ho mai sentito nessuna donna incinta, anche in procinto di abortire, parlare di “grumi di materia”, “feto” o “materiale abortivo”. Anche nel linguaggio comune, quando parlano con me in qualità di ginecologa, dicono “il bambino”, o “mio figlio”. E questo a prescindere dal fatto che dopo poche ore affronteranno una interruzione di gravidanza. A maggior ragione quelle pazienti che sono al quarto o quinto mese: come ho detto prima, per loro è un figlio a tutti gli effetti. (da Huffington Post).

La dottoressa Kustermann, da medico non obiettore – che quindi ha accompagnato molte donne nell’interruzione volontaria di gravidanza – parla del bisogno di vivere il lutto e attraversare il dolore.

Piangere un figlio abortito volontariamente?

Per chi aderisce alla fede cattolica potrà sembrare incompatibile la scelta di una donna di abortire e quella di piangere il bambino volontariamente rifiutato.

Non lo è, e aprirsi a comprendere questa esperienza tragica non significa essere accondiscendenti. La scelta che porta all’aborto volontario molte volte è sinceramente sofferta e quindi non incompatibile con il bisogno di piangere quel figlio. Riprendendo le parole della Kustermann, e al contrario di ciò che diffonde a sirene spiegate l’ideologia, una donna che interrompe una gravidanza parla di “bambino” o “figlio”, cioè ha una comprensione esatta – e quindi dolorosissima – di ciò che compie.

Il desiderio di piangere un bambino abortito è qualcosa che in fondo lascia aperta una speranza grande: il seme di bene piantato dentro il nostro cuore non può essere soppresso, anche quando attorno all’essere umano mille tentativi allettanti irretiscono le donne verso il rifiuto di maternità non facili.

MAMMA, CIMITERO, ORSACCHIOTTO
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Racconta Don Oreste Mori, che è stato cappellano del cimitero di Cremona, altra città che ospita uno spazio per la sepoltura dei non nati:

«Non la dimenticherò mai. Aveva 25 anni, era in un angolo della chiesa e piangeva. Mi sono avvicinato chiedendo se potessi fare qualcosa per lei. Ha detto che aveva interrotto già da tempo la gravidanza. Mi sono offerto di accompagnarla alle tombe. Ci siamo andati: il suo bambino mai nato non c’era, ma mi è parso che fosse lo stesso più sollevata» (da Corriere)

Riferimenti legali e religiosi

La legge 194 prevede che se l’aborto avviene prima delle 20 settimane (ossia dei cinque mesi, circa), i bambini siano considerati semplicemente dei rifiuti ospedalieri speciali. Dal 1990 col decreto 285 è possibile di chiedere, entro 24 ore dalla morte, i resti del feto per darne degna sepoltura.

Una delle associazioni che con maggiore dedizione si offre di accompagnare in questo percorso le famiglie che lo desiderano è Difendere la vita con Maria, oggi presente in 60 città italiane. Nel loro sito è possibile approfondire le questioni più intime, trovare risposte alle domande difficili da porre a voce alta.

Tra le certezze con cui la voce della Chiesa accompagna chi affronta questa specie di lutto c’è il documento Donum Vitae redatto nel 1987 dalla  Congregazione per la Dottina della Fede in cui si legge:

«I cadaveri di embrioni o feti umani, volontariamente abortiti o non, devono essere rispettati come le spoglie degli altri esseri umani».

Il dolore e il pianto vanno vissuti nella carne

Scrivendo i Sepolcri, Foscolo spalancò una finestra su quella caratteristica esclusivamente umana che è la sepoltura dei defunti. Il dolore ha bisogno di un luogo fisico in cui piangere i propri cari e tutti abbiamo provato una strana – eppure potente – consolazione stando accanto alla tomba di un congiunto.

«Celeste è questa corrispondenza d’amorosi sensi» – intuì Foscolo.

VISITING GRAVE
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In ogni cimitero accade un incontro celeste, una corrispondenza di cui forse è fonte principale il defunto, che riversa su noi una forza inaspettata, una voce di consolazione autentica.

A una madre può capitare di portare in grembo un figlio che non vedrà la luce: può essere per un aborto spontaneo; oppure per un aborto volontario ma non desiderato, motivato da una grave malattia del feto; oppure da qualsiasi altra scelta porti ad un aborto volontario. Ciascuna di queste ferite è una perdita irrecuperabile.

Mi sentii molto sola e confusa dopo un aborto spontaneo, era la cosa più lontana dai miei pensieri; non ero al corrente della possibilità di raccogliere i resti del bimbo in una tomba. La mancanza di un luogo fisico che accompagni la mia nostalgia di vederla in cielo – la chiamai Teresa – non viene meno col passare degli anni.

Sappiamo che ogni dolore per essere guarito deve essere vissuto pienamente dalla carne. Piangere davanti a una lapide è ancora più importante, se il caro che hai perso è qualcuno che non hai proprio potuto conoscere. È un modo per dire: tu, ci sei stato; ti amerò sempre; tu sei qui, anche se ci vedremo solo nell’aldilà; tu ti sei incarnato, non eri un sogno – o solo un ammasso di cellule.

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