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Etiopia-Eritrea: Finalmente speranze di pace dopo 20 anni di guerra

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Paul De Maeyer - pubblicato il 24/06/18

Ha incontrato vari esponenti dell’opposizione e a fine maggio è stato rilasciato in libertà assieme a quasi 600 altri detenuti anche il segretario generale del gruppo anti-governativo Ginbot 7, Andargachew Tsige, condannato a morte per “terrorismo”. All’inizio di giugno il governo ha anche annunciato la sospensione anticipata dello “stato di emergenza” proclamato nel febbraio scorso.

Nonostante tutto, la tensione rimane alta nel Paese. Lo dimostra l’attacco con una granata effettuato sabato 23 giugno ad Addis Abeba durante un comizio del primo ministro. Mentre fonti locali parlano di almeno una vittima e più di 150 feriti, Abiy ha attribuito l’attentato a “forze che non vogliono vedere l’Etiopia unita”.

Un cammino lungo e arduo

Non ci sono dubbi quindi che la mano tesa dal primo ministro etiope all’Eritrea è solo un primo, anche se importante passo, su un cammino che potrebbe essere lungo e arduo, anzi “sassoso”, come scrive Martin Plaut su African Arguments, e non solo perché rimangono ancora da risolvere varie questioni tecniche.

La decisione di Abiy di implementare l’Accordo di Algeri e di rinunciare ad esempio alla città di Badme non è ben vista nel nord dell’Etiopia, in particolare nella regione del Tigrè, che confina con l’Eritrea. Come riporta il sito Africanews.com, nei giorni successivi all’annuncio si sono svolte dimostrazioni di protesta nel distretto di Irob. Anche una formazione dell’attuale coalizione di governo, il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (TPLF), ha criticato la proposta, definendola persino  “antidemocratica”, così riporta la BBC (14 giugno).

Anche nella città di Badme, dove vivono molti veterani etiopi della guerra, le reazioni sono negative. “Perché abbiamo combattuto per questo, allora? Per restituirla all’Eritrea? Tutto questo  sacrificio per niente?”, ha dichiarato un veterano. Per molti abitanti di Badme, continua Africanews.com, cedere la città all’Eritrea “è un insulto a vivi e morti”.

Anche per il presidente eritreo Afewerki, al potere dal lontano 1993, firmare una pace con Addis Abeba non è senza rischi politici interni. Il potere dell’uomo forte di Asmara “è stato fondato e si è rafforzato negli anni proprio sulla contrapposizione nei confronti del nemico a Sud”, ricorda Marco Cochi sul sito Eastwest.eu. Ma si tratta di rischi minimi, così continua l’africanista e docente presso la Link Campus University, se confrontati con i vantaggi sociali, politici ed economici, che deriverebbero da una pace.

Infatti, una pace definitiva con l’Etiopia permetterebbe all’Eritrea — uno dei Paesi più poveri al mondo, con un’aspettativa di vita alla nascita di appena 63 anni (83,49 anni in Italia (2015)) e un indice di sviluppo umano di 0,39 (l’Italia ha un ISU di 0,887) — di ridurre le spese per difesa e di eliminare la leva a tempo indeterminato, che secondo Amnesty International “ha creato una generazione di rifugiati”.

Dall’ultimo rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR in sigla inglese), Global Trends. Forced Displacement in 2017, diffuso martedì 19 giugno scorso, emerge infatti che l’Eritrea si trova al nono posto nella classifica dei Paesi con il maggior numero di rifugiati: 486.200, di cui un terzo circa (164.600) ha trovato rifugio in Etiopia. Quest’ultimo Paese risulta al nono posto della classifica dei Paesi che ospitano il più alto numero di rifugiati: a fine 2017 erano ben 889.400.

Siglare la pace con l’Etiopia costituirebbe anche un “bonus” per l’Eritrea a livello internazionale. Il Paese, a volte chiamato “la Corea del Nord dell’Africa”, ha infatti una pessima reputazione per quanto riguarda i diritti umani. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha inflitto in varie occasioni delle sanzioni all’Eritrea, accusata di connivenza con vari gruppi ribelli nella regione del Corno d’Africa.

Non occorre dimenticare che entrambi i Paesi hanno combattuto una cosiddetta proxy war (guerra per procura) in Somalia, dove il regime di Asmara avrebbe appoggiato i famigerati miliziani di al-Shabaab. Quindi tutto il Corno d’Africa beneficerebbe di una pace definitiva tra Addis Abeba e Asmara. E questa è forse la notizia più bella.

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africaeritreaetiopiapace
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