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Il calcio, surrogato della religione?

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Nulla oggi mobilita tanto le masse come il calcio

Dal sacro all’ambito profano

Il gioco ha sempre rappresentato la rottura con la routine, con il lavoro, con l’aspetto obbligatorio e penoso della quotidianità. L’essere umano, quando gioca, imita chi può essere libero di giocare, i bambini e gli dèi. Quando gioca entra in un tempo gratuito e sacro, mettendo in scena quello che nei suoi sogni vorrebbe che fosse tutta la vita. Quando gioca realizza quello che la realtà dovrebbe essere sempre.

Vari ricercatori hanno visto nel calcio grandi analogie con una celebrazione religiosa. È un dramma rappresentato da un numero preciso di officianti sull’altare di prato, in quel recinto sacro degli stadi che ricorda gli antichi templi, sotto grandi fasci di luce, di fronte allo sguardo attento e partecipativo, esultante o depresso, ma sempre devoto e fanatico delle migliaia di tifosi. Il punto più alto del culto, come vera consacrazione di questo culto di folle, è il goal. In quel momento i fedeli si alzano, si abbracciano in totale comunione, gridano in una catarsi collettiva che termina in emozionato entusiasmo quando si è ottenuto un trionfo o in una schiacciante disperazione quando si perde.

Prima della partita i presenti sono come fedeli, che fanno lunghe file come in un pellegrinaggio fino al grande tempio in cui si spezza la nozione di tempo quotidiano e si entra in una nuova dimensione della vita. Le “processioni” dei “tifosi” sono accompagnate da cantici rituali ripetivi, con tratti tipici della devozione personale e in una specie di estasi mistica per il fatto di sentirsi in un solo corpo, una comunione di anime soprannaturale che all’unisono cantano in onore dei propri dèi e della loro religione, che dà senso alla loro vita e li rende capaci di atti profondamente generosi o violenti, perché qui anche la fratellanza o l’inimicizia aquisiscono un carattere sacro.

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