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Quale genitore mette il figlio su un gommone?

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Ce lo spiega la toccante poesia “Casa”, di un’immigrata somala

Forse si può perché questi colpi sono più leggeri
del dolore di un pezzo di sé che viene strappato.
Forse si può perché queste parole sono più delicate
di quattordici uomini tra le proprie gambe.
Forse si può perché gli insulti sono più facili da ingoiare delle macerie,
delle ossa, del tuo corpo di bambina fatto a pezzi.

Voglio andarmene a casa,
ma la mia casa è la bocca di uno squalo.
La mia casa è una polveriera,
e nessuno abbandonerebbe la sua casa
a meno che questa non lo perseguiti fino alla spiaggia,
a meno che la tua casa non ti dica di affrettare il passo,
di lasciare indietro gli abiti,
di trascinarti nel deserto,
di navigare solcando gli oceani.

“Naufraga, salvati, soffri la fame, supplica, dimentica l’orgoglio,
la tua vita è più importante”.
Nessuno abbandona la sua casa
fin quando questa non diventa una voce sudaticcia che ti dice all’orecchio:
“Vattene, corri lontano da me ora.
Non so in cosa mi sono trasformata,
ma so che qualsiasi luogo è più sicuro di questo”.

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