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Quale genitore mette il figlio su un gommone?

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Ce lo spiega la toccante poesia “Casa”, di un’immigrata somala

Abbandoni casa tua solo
Quando la tua casa non ti permette di restare.
Nessuno abbandona casa sua
A meno che la sua casa non lo perseguiti,
Fuoco sotto i piedi,
Sangue che ribolle nel ventre.
Non hai mai pensato di fare qualcosa del genere
Fino a quando hai sentito il ferro ardente
Minacciarti il collo.

E anche allora hai portato l’inno sotto il tuo respiro,
hai strappato il tuo passaporto nei bagni dell’aeroporto,
singhiozzando mentre ogni pezzo di carta ti faceva vedere
che non saresti mai tornato.

Devi comprendere che nessuno mette i propri figli su un gommone,
a meno che l’acqua non sia più sicura della terra.
Nessuno si brucia i palmi delle mani sotto i treni, sotto i vagoni,
nessuno passa giorni e notti all’interno di un camion,
nutrendosi di fogli di giornale,
a meno che i chilometri percorsi significhino
qualcosa di più di un semplice viaggio.

Nessuno striscia sotto le recinzioni,
nessuno vuole ricevere i colpi né fare compassione.
Nessuno sceglie i campi di rifugiati
o il dolore di cui si riveste il suo corpo nudo.
Nessuno sceglie la prigione,
ma la prigione è più sicura di una città in fiamme,
e un carceriere nella notte è preferibile
a un camion carico di uomini con l’aspetto di tuo padre.

Nessuno potrebbe sopportarlo, nessuno ne avrebbe il coraggio,
nessuno avrebbe la pelle abbastanza dura.
Tutti quegli “Andatevene a casa, negri”, “Rifugiati”, “Sporchi immigrati”,
“Cercatori di asilo”, “Volete rubarci ciò che è nostro”,
“Negri scrocconi”, “Avete un odore strano”, “Selvaggi”,
“Avete distrutto il vostro Paese e ora volete distruggere il nostro”.
Come si possono sopportare le parole, gli sguardi sporchi?

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