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Il matrimonio fa bene al cuore, anche in senso non metaforico

MARRIAGE
Wavebreakmedia - Shutterstock
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Lo confermano nuovi studi scientifici

Aveva azzeccato bene il medico inglese William Farr (1807-1883), ritenuto uno dei padri della statistica medica, quando nell’anno 1853 concluse che “il matrimonio è una condizione salutare”. Farr, così spiegava nell’aprile del 2010 Tara Parker-Pope sul quotidiano The New York Times, fu “tra i primi studiosi a suggerire che esista un vantaggio per la salute nel matrimonio e a identificare la perdita coniugale come un significativo fattore di rischio per una salute cagionevole”. “È più probabile che il singolo individuo soccomba nel suo viaggio rispetto alle vite unite nel matrimonio”, così sostenne l’epidemiologo in una ricerca sulla “condizione coniugale” in Francia.

Studio della Keele University

A confermare l’intuizione di Farr è una ricerca pubblicata questo mese sulla rivista della Società Cardiovascolare Britannica, Heart, e condotta da studiosi della Keele University, nello Staffordshire (Inghilterra), in collaborazione con altri atenei, fra cui l’università di Aberdeen, in Scozia, quella dell’Arizona, negli USA, la Macquarie University a Sydney (Australia), e i policlinici universitari del North Midlands NHS Trust e il King Fahd Armed Forces Hospital (Arabia Saudita).

Dalla meta-analisi, per la quale i ricercatori dell’università di Keele hanno esaminato i dati di 34 studi precedenti, che hanno coinvolto dal 1963 al 2015 (un arco di tempo di 52 anni) più di 2 milioni di pazienti in vari Paesi del mondo, tra i quali Canada, Cina, Finlandia, Israele, Russia e Spagna, emerge infatti che essere sposati fa bene al cuore, anche in senso non metaforico.

Rispetto alle persone unite in matrimonio, coloro che non sono mai stati sposati, divorziati o diventati vedovi (o vedove), hanno un rischio maggiore del 42% di sviluppare una malattia cardiovascolare e del 16% di soffrire di una patologia cardiocoronarica, e inoltre del 42% di morire per cardiopatia e del 55% per ictus.

“Mentre l’80% del rischio di soffrire di patologie cardiovascolari nel futuro si può predire a partire da noti fattori di rischio, come la vecchiaia, il sesso maschile, l’ipertensione, l’iperlipidemia, il fumo e il diabete mellito, i fattori determinanti del restante 20% rimangono poco chiari”, così ha spiegato l’autore senior dello studio, Mamas A. Mamas, professore di Cardiologia presso la Keele University, citato dal quotidiano spagnolo El País. Lo stato maritale potrebbe fare parte di questo restante 20%.

“Il nostro lavoro suggerisce che lo stato coniugale andrebbe preso in considerazione in pazienti con o a rischio di sviluppare una patologia cardiovascolare e andrebbe usato assieme ai più tradizionali fattori di rischio cardiaco per identificare quei pazienti che potrebbero essere a maggior rischio di futuri eventi cardiovascolari”, così ha dichiarato sempre il professor Mamas, citato questa volta dal Telegraph.

Ma per quale ragione?

Tutto sembra indicare quindi che il fatto di essere sposati eserciti un effetto “protettore” sulle malattie cardiovascolari. Ma per quale motivo? L’articolo reso pubblico sulla rivista Heart suggerisce alcuni possibili meccanismi.

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