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Il matrimonio fa bene al cuore, anche in senso non metaforico

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Paul De Maeyer - pubblicato il 21/06/18

Lo confermano nuovi studi scientifici

Aveva azzeccato bene il medico inglese William Farr (1807-1883), ritenuto uno dei padri della statistica medica, quando nell’anno 1853 concluse che “il matrimonio è una condizione salutare”. Farr, così spiegava nell’aprile del 2010 Tara Parker-Pope sul quotidiano The New York Times, fu “tra i primi studiosi a suggerire che esista un vantaggio per la salute nel matrimonio e a identificare la perdita coniugale come un significativo fattore di rischio per una salute cagionevole”. “È più probabile che il singolo individuo soccomba nel suo viaggio rispetto alle vite unite nel matrimonio”, così sostenne l’epidemiologo in una ricerca sulla “condizione coniugale” in Francia.

Studio della Keele University

A confermare l’intuizione di Farr è una ricerca pubblicata questo mese sulla rivista della Società Cardiovascolare Britannica, Heart, e condotta da studiosi della Keele University, nello Staffordshire (Inghilterra), in collaborazione con altri atenei, fra cui l’università di Aberdeen, in Scozia, quella dell’Arizona, negli USA, la Macquarie University a Sydney (Australia), e i policlinici universitari del North Midlands NHS Trust e il King Fahd Armed Forces Hospital (Arabia Saudita).

Dalla meta-analisi, per la quale i ricercatori dell’università di Keele hanno esaminato i dati di 34 studi precedenti, che hanno coinvolto dal 1963 al 2015 (un arco di tempo di 52 anni) più di 2 milioni di pazienti in vari Paesi del mondo, tra i quali Canada, Cina, Finlandia, Israele, Russia e Spagna, emerge infatti che essere sposati fa bene al cuore, anche in senso non metaforico.

Rispetto alle persone unite in matrimonio, coloro che non sono mai stati sposati, divorziati o diventati vedovi (o vedove), hanno un rischio maggiore del 42% di sviluppare una malattia cardiovascolare e del 16% di soffrire di una patologia cardiocoronarica,e inoltre del 42% di morire per cardiopatia e del 55% per ictus.

“Mentre l’80% del rischio di soffrire di patologie cardiovascolari nel futuro si può predire a partire da noti fattori di rischio, come la vecchiaia, il sesso maschile, l’ipertensione, l’iperlipidemia, il fumo e il diabete mellito, i fattori determinanti del restante 20% rimangono poco chiari”, così ha spiegato l’autore senior dello studio, Mamas A. Mamas, professore di Cardiologia presso la Keele University, citato dal quotidiano spagnolo El País. Lo stato maritale potrebbe fare parte di questo restante 20%.

“Il nostro lavoro suggerisce che lo stato coniugale andrebbe preso in considerazione in pazienti con o a rischio di sviluppare una patologia cardiovascolare e andrebbe usato assieme ai più tradizionali fattori di rischio cardiaco per identificare quei pazienti che potrebbero essere a maggior rischio di futuri eventi cardiovascolari”, così ha dichiarato sempre il professor Mamas, citato questa volta dal Telegraph.

Ma per quale ragione?

Tutto sembra indicare quindi che il fatto di essere sposati eserciti un effetto “protettore” sulle malattie cardiovascolari. Ma per quale motivo? L’articolo reso pubblico sulla rivista Heart suggerisce alcuni possibili meccanismi.

Prima di tutto il fatto che nel matrimonio le persone godano del sostegno maritale. Vivere cioè con un coniuge permette un riconoscimento e una risposta precoci ai sintomi premonitori di un evento cardiovascolare. Dagli studi è infatti emerso che pazienti non sposati hanno fatto registrare ritardi maggiori nella ricerca di un aiuto medico.

Inoltre, i coniugi — e in modo particolare le mogli — incoraggiano comportamenti salutari come ad esempio uno stile di vita salutare. Dalla meta-analisi è emerso anche che rispetto a quelle sposate, le persone non sposate hanno una probabilità doppia di non seguire (scrupolosamente) la terapia prescritta dai medici.

Le coppie sposate hanno di norma anche maggiori risorse finanziarie, soprattutto nelle coppie in cui entrambi i partner guadagnano. Un altro beneficio dell’essere sposati può essere la partecipazione aumentata al percorso riabilitativo dopo un evento cardiovascolare.

“I nostri risultati suggeriscono che il matrimonio abbia un effetto protettivo dalle malattie cardiovascolari, tuttavia, questo è forse attribuibile al sostegno sociale ed emotivo aggiuntivo fornito dall’avere un coniuge”, ha dichiarato a Sky il ricercatore capo Chun Wai Wong, cardiologo del Royal Stoke University Hospital a Hartshill.

Contributo spagnolo

Tra i vari studi precedenti analizzati dagli esperti della University of Keele spicca una ricerca spagnola guidata dal dottor Luciano Consuegra, cardiologo-emodinamista dell’Ospedale Generale Universitario (HGU) “Santa Lucía” a Cartagena, nella regione autonoma di Murcia.

L’équipe del dottor Consuegra si era resa conto che in seguito a un infarto del miocardio le persone in stato vedovile tendevano a morire prima rispetto a quelle sposate. Dai dati relativi a 7.400 pazienti ricoverati in due ospedali della regione Murcia è infatti emerso che le persone in stato vedovile avevano una possibilità maggiore del 30% di morire prematuramente.

“Abbiamo visto, ad esempio, che le persone in stato di vedovanza impiegavano 40 minuti in più rispetto a quelle sposate per andare in ospedale dopo aver avvertito i primi segni premonitori di un infarto, come il dolore al petto”, raccontò il medico al quotidiano El País. Secondo Consuegra, non si tratta però tanto di un beneficio correlato al fatto di essere sposati, quanto “di essere accompagnati”.

Il matrimonio protegge anche da demenza

Avere la fede al dito offre anche una sorta di “bonus” contro l’insorgere di malattie cronico degenerative, in particolare la demenza. Lo suggerisce uno studio diffuso nel novembre scorso sulJournal of Neurology, Neurosurgery, and Psychiatry e condotto da un’équipe di ricercatori dell’University College London (UCL) sul legame tra stato civile e rischio di demenza. Anzi, gli scienziati, fra cui il dottor Andrew Sommerlad, psichiatra presso l’UCL, pensano che ci possa essere “un beneficio cognitivo diretto dell’essere sposati”.

Dallo studio, che ha analizzato i risultati di 15 studi separati contenenti dati relativi a 812.047 persone provenienti dall’Europa, dalle Americhe e dall’Asia, emerge infatti che essere e rimanere single per tutta la vita potrebbe aumentare del 42% il rischio di sviluppare demenza rispetto alle persone sposate. Questo è anche il caso di chi è diventato vedovo o vedova, anche se questo rischio è più basso: il 20%, ricorda il quotidiano l’Independent.

Secondo gli autori della ricerca, l’aumento del 42% del rischio di sviluppare demenza nelle persone rimaste single per tutta la vita è “paragonabile” ad altri fattori di rischio per la demenza, inseriti nelle linee guida del National Institute for Health and Care Excellence come l’inattività fisica, la minore educazione, ipertensione o fumo.

Anche qui i motivi per spiegare il beneficio dell’essere sposati possono essere numerosi, così ha detto Laura Phipps di Alzheimer’s Research UK. “Le persone sposate tendono a stare finanziariamente meglio, un fattore strettamente intrecciato con molti aspetti della nostra salute”, spiega la Phipps, la quale ricorda che “i coniugi possono aiutare a incoraggiare abitudini salutari, badare alla salute del loro partner e fornire un importante sostegno sociale”.

“La ricerca suggerisce che l’interazione sociale può aiutare a costruire una riserva cognitiva — una resilienza mentale che consente alle persone di funzionare più a lungo con una malattia come l’Alzheimer prima di mostrare i sintomi”, così conclude.

Quindi, anche se nel matrimonio non è tutto oro ciò che luccica  — in varie occasioni papa Francesco ha fatto allusione ai piatti che volano [1] –, avere la fede al dito può costituire comunque una forma di assicurazione sulla vita, e questo in ogni senso.

———

1] Cfr. il suo discorso a braccio nella cattedrale di San Rufino ad Assisi, il 4 ottobre del 2013: https://video.repubblica.it/dossier/il-nuovo-papa/assisi-il-papa-agli-sposi-tiratevi-pure-i-piatti-ma-alla-fine-fate-la-pace/141923/140459

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