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Perché chi fa del bene spesso non riceve gratitudine?

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Silvia Lucchetti - pubblicato il 21/06/18

La psicologa Maria Rita Parsi ci aiuta a comprendere le ragioni per cui chi riceve un beneficio non è sempre riconoscente, o addirittura arriva a provare ostilità per chi lo ha aiutato.

Il prezioso volume della psicologa Maria Rita Parsi: “Ingrati. La sindrome rancorosa del beneficato” (Mondadori, 2011), scritto sotto la spinta di sofferte vicende personali vissute dall’autrice, ci aiuta a comprendere più in profondità la sgradevole esperienza dell’ingratitudine, di cui spesso molti di noi sono stati vittima quando ci siamo prodigati per fare del bene a qualcuno – più o meno affettivamente vicino – in difficoltà.

Infatti in questi casi, invece di ricevere sincera riconoscenza, ci si trova di fronte ad un apparentemente inspiegabile vuoto di gratitudine, o ad un finto ringraziamento, se non addirittura ad una ostilità più o meno malcelata da parte di chi dovrebbe ringraziarci per l’aiuto ricevuto.

Così amaramente esordisce la scrittrice nella prefazione:

“Le azioni peggiori, le più grandi umiliazioni, i rifiuti, le calunnie, i più incredibili travisamenti della realtà mi sono stati inflitti da persone che, in un loro momento di grave disagio o conflitto o pena, avevo accolto senza riserve, sostenuto, riconosciuto, aiutato”. KARTKA Z NAPISEM "THANK YOU"Leggi anche:Come la gratitudine cambia il tuo cervello

Il debito di riconoscenza

Èpossibile sempre attribuire questa ingratitudine alla insensibilità, l’egoismo, la supponenza, l’orgoglio, la mediocrità di chi si comporta in questo modo, o dobbiamo cercare di scavare un po’ di più nell’animo umano? Maria Rita Parsi ci accompagna in questo percorso partendo dalla riflessione che chi riceve un beneficio di qualsiasi natura (economica, affettiva, lavorativa, morale, culturale, spirituale, sanitaria) e tanto più vitale è lo stesso, viene a trovarsi in una condizione che automaticamente lo colloca nel ruolo di “debitore di riconoscenza” nei confronti di chi lo ha aiutato. Il beneficato è costretto ad ammettere a se stesso di essersi trovato in uno stato di personale incapacità ad affrontare un determinato frangente esistenziale, superato solo grazie alla provvidenziale mano ricevuta dal benefattore. Costui ha quindi dimostrato una oggettiva “superiorità” sul beneficato con il rischio di attivare in lui sopiti ma non risolti complessi di inferiorità, tali da fargli percepire come intollerabile quello che per altri è – tutt’al più – il “dolce peso” della gratitudine, sentimento a prima vista assolutamente “normale” ma che è, contemporaneamente, tanto nobile quanto esigente.

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Tags:
gratitudinepsicologiarelazioni
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