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Chi ha paura dei robot? Come cambia il lavoro… e le relazioni

ROBOT LAVORO
Shutterstock/Phonlamai Photo
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Ogni medaglia ha il suo rovescio, ma anche se desta preoccupazione l’automazione avanza in modo inarrestabile

“Macchine intelligenti stanno sostituendo gli esseri umani in innumerevoli compiti, costringendo milioni di operai e impiegati a fare la fila negli uffici di collocamento o, peggio ancora, in quelli dei servizi sociali”. [1] A lanciare l’allarme era nel 1995 il noto economista statunitense Jeremy Rifkin nel suo libro La fine del lavoro.

Sondaggi d’Oltreoceano

Oggi, circa due cittadini americani su tre, ossia il 65%, ritiene che tra cinquant’anni computer e robot “faranno gran parte del lavoro svolto attualmente dagli umani”, così rivela una ricerca pubblicata nel marzo 2016 dal Pew Research Center. Tra questi, il 15% circa è convinto che questo avverrà “sicuramente”, mentre il 50% pensa che avverrà “probabilmente”.

Lo stesso sondaggio rivela inoltre che a preoccuparsi per il futuro sono soprattutto operai che svolgono lavori fisici o manuali. Il 17% ad esempio teme che il loro datore di lavoro sostituirà il lavoratore umano con macchine o computer, mentre fra i dipendenti che non svolgono attività manuali ne è preoccupato solo un 5%.

A molti statunitensi questa transizione quindi preoccupa. Lo conferma un sondaggio condotto nel maggio 2018 dal Brookings Institution tra 1.535 internauti adulti. Mentre il 13% degli intervistati ha risposto che l’intelligenza artificiale (abbreviata IA o anche AI, dall’inglese Artificial Intelligence) non influirà sull’occupazione e il 12% è persino convinto che creerà lavoro, più di un terzo (il 38%) ha dichiarato che ridurrà invece i posti di lavoro.

Il 37% degli intervistati non ha risposto o ha risposto di non sapere. Rispetto alle donne, gli uomini si sono mostrati anche più propensi a dichiarare che l’IA riduce i posti di lavoro: il 42% dei maschi contro il 34% delle donne.

Inoltre quasi la metà degli americani, ossia il 49%, sostiene che l’AI riduca la privacy personale. Mentre il 34% non ha risposto o ha risposto di non sapere, poco più di un americano su dieci (il 12%) ha detto che essa non ha alcun effetto sulla privacy e il 5% ritiene che aumenterà la privacy. Anche per quanto riguarda questo aspetto gli uomini sono più inclini a rispondere che l’intelligenza artificiale riduce la privacy: il 54% dei maschi rispetto al 44% delle donne.

Molti esperti sono fiduciosi

Toni incoraggianti per il futuro del lavoro sono stati usati dai partecipanti ad una conferenza organizzata il 4 e il 5 giugno scorsi presso il prestigioso Massachusetts Institute of Technology (MIT) a Cambridge (USA). Come sottolinea Tom Davenport su Forbes, figure come Tye Brady, direttore tecnico di Amazon Robotics, e Mellonie Wise, amministratrice delegata di Fetch Robotics, hanno rassicurato il pubblico. La Wise ha dichiarato ad esempio che i robot della sua ditta non hanno cancellato alcun posto di lavoro.

Anche se avanzano l’automazione e l’IA, in un modo o nell’altro il contributo umano sarà sempre richiesto. Ne è convinto l’economista canadese Joe Atikian, che offre alcuni esempi. Nei supermercati il numero di casse fai-da-te supererà presto quello degli sportelli automatici di banca, ma ciononostante quella di cassiere rimane una delle tre grandi mansioni più stabili, così osserva sul Globe and Mail l’autore del libro Industrial Shift: The Structure of the New World Economy. Idem per gli aerei di linea. Da decenni ormai sono pieni di sistemi informatici ed automatizzati, ma il cosiddetto “problema dell’ultimo miglio” preclude finora aerei commerciali autonomi. Importante, così conclude l’autore, è offrire assistenza a quei lavoratori che “irrimediabilmente” rimarranno emarginati dagli sviluppi tecnologici che aiuteranno tutti gli altri a progredire.

E l’Europa?

Per quanto riguarda il Vecchio Continente, l’Huffington Post presenta il caso della città inglese di Sunderland, che a causa dei robot rischia di perdere circa un terzo dei suoi posti di lavoro.

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