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L’arte di saper ascoltare è il segreto della giovinezza, è lasciarsi portare lontano

© DR
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«Non si va mai così lontano, come quando non si sa dove andare», affermava Cristoforo Colombo. Grande regola d’oro: essa vale soprattutto per l’ascolto, quando lo si fa a briglie sciolte, senza pregiudizi. Contrariamente all’evidenza, infatti, ascoltare non è un gesto passivo. Non è un atteggiamento facile. Non è una maniera di comportamento evidente. Ascoltare è differente dal guardare. Lo sguardo privilegia un punto, un luogo o un volto su cui posarsi. Se poi si fissa, manifesta un interesse preciso per un oggetto o per una persona particolari. Lo sguardo, infatti, è unidirezionale. L’ascolto, invece, raccoglie tutto ciò che lo circonda e fa vivere in un contesto. È sinfonico. Atteggiamento esigente, complesso, interattivo, l’ascolto implica tutta la persona e la sua profondità. Ti sorprenderà pensare che l’ascolto è il segreto della giovinezza, del restare giovani. Quando non si ascoltano più i segni nuovi dei tempi, i giovani, il mondo d’oggi… ci si inchioda al mondo di ieri. Ci si sente, d’incanto, vecchi.

Un giorno, quand’ero in Francia, invitammo un conferenziere molto importante per un convegno. Una partecipante ci chiese, allora, prima del suo arrivo: «Sarà, forse, un grande esperto, ma… sa ascoltare?!». A volte la grande qualità nel proporre le cose significa solo rovesciare su altri un mondo dall’alto, paracadutato dal cielo. L’arte, invece, che si richiede spesso anche a un conferenziere è la capacità di saper raccogliere il filo rosso di una discussione, di cogliere il senso nascosto delle problematiche che un’assemblea affronta. L’intelligenza, allora, si fa veramente leggere l’essenza di un problema (come dalla sua etimologia: intus-legere). Saper ascoltare, accogliere, rileggere, in fondo, oltre che dare, si rivela spesso essenziale.

Ascoltare, ma cominciando da chi? Ricordo che qualcuno, alla morte di un familiare ancora giovane commentava sottovoce: «Vede, lui non si ascoltava, non sapeva ascoltarsi!». Andare, così, al di là del proprio limite, delle ragioni del proprio corpo, per lanciarsi in un lavoro o in un’attività che ci inghiotte totalmente è come perdersi. Prestare, invece, una sufficiente attenzione a sé stessi è il primo ascolto.

Sarà importante anche chiedersi: «Come ascolto, io?». Forse sto sulla difensiva, penso al contrattacco, alla risposta da dare. Oppure mi lascio interpellare, stimolare, smuovere nel profondo. Perché l’ascolto è un terreno fertile solo se lo si lascia coltivare dalla parola libera e liberamente accolta dell’altro. Sarà essenziale per vivere il proprio impegno in un’associazione o un’istituzione… porsi in ascolto. E questo nei riguardi dei giovani, dei nuovi protagonisti, dei problemi emergenti, delle novità… riformulare, così, le prospettive, correggerne gli atteggiamenti e trasformarsi. Questa elasticità – il contrario della sclerosi – è caratteristica di chi vuol restare giovane. Ascoltare, infatti, è lasciarsi interpellare, lasciarsi portare lontano.

Non potrò dimenticare un gesto coraggioso compiuto diversi anni fa della nostra diocesi di Meaux in terra francese. Nelle campagne vicino a Parigi, centinaia di bulldozer stavano preparando il terreno per costruire una megastruttura del divertimento, che doveva attirare milioni di europei… Per capire quel nuovo fenomeno, le sue conseguenze e le risposte pastorali da dare da parte della diocesi, si chiese di partecipare discretamente tra i concorsi per le assunzioni anche a un giovane sacerdote… Nessuno, poi, immaginava che Emmanuel, il sorridente conduttore part-time del trenino del parcogiochi, fosse un uomo di chiesa, e che durante il weekend si ritrovava con altri abiti in parrocchia.

Con il tempo divenne per la diocesi un esperto prezioso su Eurodisneyland, inserito all’interno stesso del meccanismo. Quando si ascolta e ci si lascia interpellare veramente dal mondo, qualche soluzione originale si trova sempre. Questo ne è un caso illuminante.

In fondo, si ascolta perché si ama. Perché si è sensibili all’importanza del mondo dell’altro. O si è attenti alle sue nascoste ragioni di vita. Ma se non si ascolta… si può ancora dire di amare?

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