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La creazione “soffre le doglie del parto”, ma per cosa?

ST FRANCIS

Public Domain

Anthony Pagliarini - pubblicato il 15/06/18

Con la caduta dell'uomo, il mondo intero si è unito alla rovina di Adamo

Essendo un uomo di grande fervore e grande tenerezza, San Francesco si fermò mentre viaggiava nella valle di Spoleto per osservare un gruppo di uccelli (Vita Prima, 58). Sorpreso per il fatto che non si alzassero in volo, li pregò umilmente di ascoltare la Parola di Dio, cosa che fecero con grande reverenza, mentre il santo li esortava a lodare il Creatore e ad amarlo sempre. Con le parole di San Paolo, potremmo dire che “la creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio” (Rm 8, 19).

In un modo reso possibile solo dalla grazia, vediamo Francesco rivolgersi al mondo naturale per la lode e la gloria di Dio. Assomiglia un po’ al pane e al vino nell’Eucaristia, “frutto della terra e del lavoro dell’uomo”, che presentiamo perché diventi “cibo di vita eterna”. Fa parte della vocazione sacerdotale – una vocazione condivisa da tutti i battezzati – svolgere questo stesso compito per tutto l’ordine creato, dirigere tutte le cose alla lode di Dio. Come scrive il grande teologo ortodosso Alexander Schmemann,

“La prima e fondamentale definizione dell’uomo è che è sacerdote. Sta al centro del mondo e lo unifica nel suo atto di benedire Dio, di ricevere il mondo da Dio e offrirlo a Dio – e riempiendo il mondo con questa eucaristia [=“ringraziamento”] trasforma la sua vita, quella che riceve dal mondo, nella vita in Dio, nella comunione con Lui. Il mondo è stato creato come ‘materia’, il materiale di un’eucaristia che abbraccia tutto, e l’uomo è stato creato come sacerdote di questo sacramento cosmico”.

Schmemann, ovviamente, non intende il fatto di mettere letteralmente tutte le cose sull’altare, ma di attirare tutto nell’atto di ringraziamento. È così che gli uccelli “davan segni di esultanza secondo la loro natura, allungando il collo, distendendo le ali, aprendo il beccuccio e guardandolo” quando Francesco diceva loro: “Fratelli miei alati, molto dovete lodare il vostro Creatore, ed amarlo sempre, perché vi di diede le piume per vestirvi, le penne per volare e tutto ciò che occorre al vostro bisogno. Dio vi fece nobili tra le altre creature e vi concesse di dimorare nella limpidezza dell’aria”. In Francesco vediamo la giusta celebrazione di questo “sacramento cosmico” – il giusto esercizio di quel “dominio” (Genesi 1, 26; 28) dato all’inizio all’uomo.

L’attesa “con impazienza” della creazione ha come suo primo oggetto, ad ogni modo, la fine dello sfruttamento. Con la caduta dell’uomo, in cui tutte le cose erano dirette non a Dio ma a sé, “il mondo intero si è unito alla rovina di Adamo”. Come spiega Joseph Fitzmyer, “attraverso Adamo sono venuti non solo il peccato e la morte (Gn 5, 12-14), ma la ‘prigionia della decadenza’ e la ‘schiavitù della corruzione’, che colpisce tutto il creato, anche al di là dell’umanità (Gn 8, 19-23)”. E questa prigionia della decadenza è solo peggiorata dalla continuazione del peccato. Tenendo a mente esattamente questo, Papa Francesco parla del gemito della creazione all’inizio della Laudato Si’:

“Questa sorella protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla. La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi. Per questo, fra i poveri più abbandonati e maltrattati, c’è la nostra oppressa e devastata terra, che «geme e soffre le doglie del parto» (Rm 8,22). Dimentichiamo che noi stessi siamo terra (cfr Gen 2,7). Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora” (Laudato Si’ §2).

Se allora la creazione “attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio”, è innanzitutto un anelito alla libertà dalla “prigionia della decadenza”, ma in ultima istanza è un anelito alla “libertà della gloria dei figli di Dio” (Rm 8, 21), per la grazia del cui sacerdozio il creato stesso potrebbe essere liberato per “lodare il vostro Creatore, ed amarlo sempre” (Vita, 58). In questo modo, tutte le cose saranno unite in Cristo, quelle in cielo e quelle sulla Terra (Ef 1, 10; Gv 12:32). Fino “al momento della venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi” (1 Ts 3, 13), il creato rimarrà nella corruzione e nel decadimento, gemendo “nelle doglie del parto” (Rm 8, 22).

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