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Quando sei sconvolto perché non c’è un altro bambino in arrivo

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Heather Anderson Renshaw - pubblicato il 12/06/18

Ciascuno di noi è chiamato ad accettare il periodo della vita in cui sta vivendo... anche quando non vorrebbe

Per molti anni sono stata immersa nel bailamme provocato dal piccolo esercito creato da Dio, mio marito e me e che mi sta lentamente distruggendo nei modi più dolorosi e splendidi, un pannolino e un capriccio per volta.

Ero così sopraffatta dal caos, dalla confusione e dall’autentico sfinimento che non riuscivo a immaginare questo momento.

Il momento in cui mia figlia maggiore sta morendo dalla voglia di prendere la patente, la seconda è appena entrata nell’adolescenza, il terzo sta arrivando all’età a due cifre e il quarto grazie ai primi tre non ha più bisogno di troppo aiuto.

E poi c’è il quinto. L’unico con cui ho avuto il privilegio e la benedizione di stare a casa e per il quale ho usato tutta l’esperienza accumulata in precedenza. Tutto ciò che riguarda questo bambino è inciso dentro di me, in un posto al contempo tenero e duro, grato e forte.

E questo quinto figlio non vede l’ora di andare alla scuola dei grandi.

Non la prendo sul personale.

Una parte di me è sollevata e scoppia di orgoglio e di trepidazione per quello che verrà, mentre un’altra parte sta… ribollendo.

Non fraintendetemi, sono ancora nel pieno del turbinio di questa avventura chiamata maternità, ha solo assunto una dimensione diversa in questo periodo. Il ritmo e la cadenza della musica sono cambiati. Si sono espansi.

Ci sono talmente tante cose da assaporare in questo periodo con i nostri figli… Li vedo combattere con le pareti della propria crisalide nei confini di casa nostra, combattuti tra l’essere e il divenire.

Ma poi, questo pomeriggio, osservo il mio quinto figlio mentre guarda la televisione con la sorella maggiore costretta a casa da un raffreddore e vengo travolta da un’ondata di emozione che mi atterra: non c’è più nessun bambino. Non abbiamo bambini.

Nessuna espressione infantile o rumore di cui meravigliarsi. Niente manine e piedini da accarezzare. Nessuna testolina profumata da annusare.

A dir la verità, non ci sono neanche più pannolini, tiralatte, passeggino, rigurgiti o chiamate nel cuore della notte.

Ma non ci sono più bambini. Le mie mani sono piene e vuote allo stesso tempo.

E piango.

Non è certo il dolore di una donna che implora Dio di darle un bambino da amare, stringere e crescere quando non ne ha, né quello di una donna il cui bambino muore anche se avrebbe dovuto crescere con lei, un bambino che va a stare con Gesù troppo presto dopo la nascita per ragioni note e ignote. Ovviamente non minimizzo in alcun modo dolori di questo tipo sperimentati da alcune mie sorelle. Sono stata accanto ad amiche che hanno percorso queste strade dolorosissime, e l’agonia è devastante.




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Questa ondata di dolore, però, mi consuma comunque. È l’anelito a qualcosa, il lamento che non riesce ad essere messo a tacere dalla riflessione su tutte le benedizioni che ho.

Questo desiderio è un sentimento che mi è poco familiare. Se una volta aspettavo con ansia i sintomi che indicavano che non c’era una gravidanza in arrivo ed ero sollevata quando apparivano, questi stessi segnali sono ora causa di rassegnazione e dispiacere.

Forse parte della mia tristezza deriva dal realizzare che mentre entro nel mio 16° anno di maternità inizio finalmente a capire la situazione, e questo mi obbliga a voler condividere lo stupore per la vita, il dono dell’amore, con un’altra anima, ancora una volta.

Perché, onestamente, tutte le ragioni buone e ragionevoli per evitare una gravidanza devono ancora riempire il vuoto che ho scoperto nel mio cuore.

A livello razionale so che quel vuoto non verrebbe riempito da un’altra piccola vita, perché probabilmente è sempre stato lì, e ci sarà sempre: il vuoto in un cuore irrequieto che è riservato solo a Dio. Il vuoto riempito solo da e per l’Amore divino. E forse, forse questo vuoto non verrà mai colmato completamente finché non Lo vedrò faccia a faccia.

E allora continuerò il viaggio, per diventare quello che Dio ha in serbo per me. Cercherò il Suo volto in ciascuno dei miei splendidi figli, senza i quali sarei decisamente meno amorevole, gentile, paziente, pacifica e veramente me stessa.

Farò del mio meglio per riempire quelle anime di tutto l’amore che il mio cuore può dare loro.

E soprattutto, sceglierò di amare bene in questo momento che sto vivendo.

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