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«Dopo aver perso mia nonna e mio figlio non riesco più a credere in Dio»

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Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 12/06/18

Come approcciarsi con una persona che un tempo era credente e ora non lo è più? Ecco una risposta efficace

«Io ho provato a credere in Dio. Mille e mille volte da quando sono nato. Ho cominciato da bambino, quando all’oratorio un frate ci ripeteva le Ave Marie (…) Mille volte stavo per dire sì, ci credo. Poi capitava sempre qualcosa…».

Esordisce così il professore Pino Enzo Beccaria, in una lettera ad Avvenire (12 giugno). La morte della nonna che tanto amava, poi la scomparsa prematura del figlio per una febbre sconosciuta, lo hanno portato sulla strada dell’ateismo.

«Ho provato a volare mille volte, e sempre qualche sciagura incontrollata mi ha ributtato a terra. Penso che se Dio ci fosse stato, almeno un volo sarebbe arrivato alla meta. Ma non mi lamento, aspetto gli anni a venire, e voglio viverli istante dopo istante. Non chiedo pietà, e nemmeno tenerezza. Sono un fiore, finché c’è il sole. Poi comincerà a piovere. Per una malattia o per un altro dolore che non sopporterò, finirò mischiato al fango. Chissà chi mi calpesterà per primo».




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Il Sabato Santo di ognuno di noi

Al professore Beccaria, replica la giornalista ed opinionista di AvvenireMarina Corradi con una risposta molto efficace.

«C’è stato un momento della mia vita – risponde Corrardi – in cui avrei potuto scrivere parole simili alle sue. Attorno ai vent’anni. Non ero credente, come lei. Venivo da una famiglia sofferente e divisa». Poi due gravi ed improvvisi lutti: quello della madre e della sorella. «Non riuscivo più a credere in un Dio buono, in un Dio che mi volesse bene».

«Mi sono convinta negli anni però, come scrisse Emmanuel Mounier, che “Dio passa attraverso le ferite”. Che proprio le lacerazioni che la vita provoca in noi sono le fessure per cui Dio può raggiungerci – attraverso la nostra corazza di orgoglio. Il bel volto straziato di mia madre, il petto ansante della mia sorella quasi ancora bambina, sono stati, sì, dei solchi come di aratro in me».


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Ma, senza, osserva la giornalista, «non avrei avvertito infine un così affannoso bisogno di Cristo. Senza quei solchi, non avrei mai capito che occorre, a un certo punto, arrendersi, e inginocchiarsi. E poi riprendere il cammino. E domandare che venga, colui che ha traversato la notte del Sabato santo. Che è sceso nel profondo della morte e del dolore, di tutto il dolore del mondo, e ne è tornato vivo, risorto – perché tutti noi possiamo vivere davvero, un giorno».

La lezione di Pascal e Giovanni Paolo II

C’è una frase che da giovane, colpì Corradi. Una frase di Blaise Pascal citata da Giovanni Paolo II in un’udienza: “Consolati, tu non mi cercheresti, se non mi avessi già trovato”.

«Lei, professore, che si guarda allo specchio e rimpiange la sua mancanza di fede (…) chissà che quella frase, professore, non riguardi anche lei».




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