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Keur Moussa, ovvero quando il canto gregoriano assume un timbro africano

Capture d'écran You Tube

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Domitille Farret d'Astiès - pubblicato il 08/06/18

Il monastero benedettino di Keur Moussa, situato a cinquanta chilometri da Dakar, vive al ritmo della liturgia della Chiesa. Una liturgia singolare, che mescola canto gregoriano e strumenti tradizionali africani.

L’abbazia di Keur Moussa è stata fondata nel 1963 da nove monaci originari dell’abbazia Saint Pierre di Solesmes (diocesi di Mans, in Francia). All’epoca era Vicario apostolico di Dakar monsignor Marcel Lefebvre: era stato lui a volere questa fondazione in contesto musulmano per addurvi una testimonianza di vita di preghiera cristiana. Frate Jean-Marie Vianney Rouzeaud, l’attuale priore del monastero, spiega ad Aleteia che la vita monastica, nata in Egitto, ha delle origini africane. Aggiunge inoltre che la Regola di san Benedetto, composta nel VI secolo in Italia, ha permesso nel corso dei secoli «adattamenti molto felici in tutti i continenti e in tutte le culture». Così essa s’è potuta accordare con le tradizioni culturali del Senegal.

Una delle particolarità di questa casa consiste nel fatto che i frati hanno lavorato sulla liturgia adattandola alla cultura locale, in particolare investendo sull’accompagnamento con la kora, uno strumento musicale a corde. Tale arpa-liuto di origine mandinga – i Mandingo sono un’etnia dell’Africa occidentale – è composta da una mezza zucca coperta di pelle di vacca o di capra. Ventuno corde sono fissate sul suo manico. I frati fabbricano in proprio lo strumento, nel monastero.




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Per il priore, «ogni monastero è una famiglia e ha le proprie particolarità». Nel corso dei cinque decenni trascorsi dalla fondazione di Keur Moussa, la liturgia accompagnata con la kora ha caratterizzato il monastero. Nel 1967 i frati incisero il loro primo disco. La loro liturgia viene oggi utilizzata in tutti i monasteri dell’Africa occidentale, che hanno preso a modello i metodi musicali dell’abbazia benedettina.

Abbaye de Keur Moussa

Una liturgia adattata alla cultura

Frate Jean-Marie Vianney spiega che il canto gregoriano è un canto sacro molto ricco, che ha largamente ispirato i compositori di Keur Moussa, in particolare frate Dominique Catta, maestro di cappella per più di 40 anni. Per lui, la musica era un mezzo privilegiato per fare esperienza di Dio. Egli faceva parte dei religiosi inviati in terra senegalese per la fondazione dell’abbazia.




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All’epoca, la Chiesa invitava i missionari a radicare il Vangelo nelle tradizioni locali. La Costituzione dogmatica sulla sacra liturgia [del Vaticano II, ovvero la Sacrosanctum Concilium, N.d.T.] indica che

siccome in alcune regioni, soprattutto in paesi di missione, si trovano popoli che possiedono una tradizione musicale propria, la quale ha grande rilievo nella vita religiosa e sociale, si accorderà a questa musica la stima che le è dovuta.

Sacrosanctum Concilium 119

Abbaye de Keur Moussa

Frate Dominique si è quindi interessato agli strumenti africani come il balafon, il djembé o i tamburi. Avendo scoperto la kora grazie alla radio, si appassionò a quello strumento. Altri frati l’hanno aiutato a comporre e a mettere in piedi la liturgia dell’abbazia. Alla base stanno i valori della musica gregoriana. Frate Jean-Marie Vianney lo descrive come «un canto calmo» che non è «né sentimentale né eccitante. Pieno di sfumature, mette in risalto soprattutto la Parola di Dio. La kora, con le sue ventuno corde, ora sintonizzate su scala cromatica, permette l’accompagnamento di queste melodie», in particolare per «il canto dei salmi». Canti che profumano di Paradiso.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

Tags:
canto gregorianoevangelizzazione
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