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5 tecniche per pregare con il cuore

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di Luisa Restrepo

La preghiera della quale parleremo è più o meno uguale a quella che i Padri orientali hanno definito “preghiera del cuore”, una preghiera che cerca la sua fonte e la sua radice nel profondo del nostro essere, al di là dello spirito, della nostra volontà, degli affetti e delle tecniche. Con la preghiera del cuore cerchiamo Dio stesso o le energie dello Spirito nelle profondità del nostro essere, e lo troviamo invocando il suo nome.

Quando diciamo che l’uomo deve scoprire la preghiera del cuore, stiamo pensando alle energie dello Spirito che abitano nel suo cuore (Rm 8, 9-11) per trasfigurarlo. Il corpo stesso partecipa a questa trasfigurazione nel momento in cui viene rinnovato e trasformato dallo Spirito. La preghiera allora si “disintellettualizza”, si identifica con l’essere fisico e aderisce al ritmo del respiro. Può sembrarci strano, perché come conseguenza della nostra mentalità razionale tendiamo a immaginare lo Spirito Santo come uno Spirito connaturato all’intelligenza, mentre lo Spirito Santo trascende l’intelligenza umana e la sua natura corporea e può santificare e trasformare tutto.

Le riflessioni si basano sul libro di Jean Lafrance La Preghiera del Cuore. Spero vi siano utili!

1. Il pellegrinaggio verso il cuore

Spesso ci limitiamo a vivere. Non siamo consapevoli di quello che portiamo dentro. Siamo come addormentati e lasciamo sonnecchiare nel nostro cuore le energie dello Spirito. “Nel Vangelo, Cristo non smette di ripetere che bisogna vegliare e pregare, dietro la porta, aspettando il suo ritorno: ‘State pronti, perché nell’ora che non immaginate, il Figlio dell’uomo verrà’ (Mt 24, 42-44). L’uomo deve imparare ad essere vigilante, ovvero ad aspettare pazientemente in silenzio che il volto amorevole di Dio voglia rivelarsi agli occhi del suo cuore. Pregare diventa allora una lunga attesa, muta e silenziosa, animata da un intenso desiderio di vedere il volto del Padre. Le discipline di questo stato di allerta sono quindi legate al dominio del tempo. Se l’aspirante alla preghiera interiore è impaziente di vedere il volto di Dio, la sua preghiera correrà il pericolo di diventare un movimento in cui cambia continuamente i termini di riferimento. Deve quindi imparare a dominare il tempo e a mettersi alla presenza di Dio, senza cercare di fuggire o di dare a questa presenza un contenuto razionale o emotivo”. È come imparare a sorprendere il cuore in preghiera senza che la ragione prepari il nostro dialogo con Dio.

Tutto questo ha a che vedere con l’aprirci autenticamente alla conversione, che non è una grazia di forza, ma di luce – una luce che non possiamo fabbricare da soli. Dio non ci chiede di fabbricarla, ma di accettarla e di disporci a riceverla aspettandola con desiderio. È la fedeltà di chi veglia aspettando la visita del Maestro, come dicevamo in precedenza. Otterremo la grazia di questa visita nella misura in cui accetteremo il fatto di averne bisogno.

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