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L’ordinazione sacerdotale, tra Ladária e Grillo: alla ricerca del posto delle donne nella Chiesa

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A seguito di una dichiarazione del Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede il liturgista del Sant’Anselmo ha proposto una serie di critiche (alcune delle quali irricevibili) che possono (tuttavia) aiutarci nell’approfondire la nostra comprensione del mistero ecclesiale. E forse la Chiesa stessa capirà di avere in serbo una perla speciale da offrire al nostro mondo, sull’argomento.

È vero che dal 1975 la questione dell’ammissione delle donne all’ordinazione sacerdotale è tornata con un’insistenza che talvolta è diventata irritante, da quanto è sovente vuota di ogni argomento che non sia la rivendicazione in sé e per sé. Ciò può leggersi in almeno questi tre modi:

  1. Lo storicismo: il progresso è inarrestabile per definizione, ed è il criterio assiologico stesso della giustizia e della verità. Chi vi si oppone è inesorabilmente destinato alla sconfitta.
  2. La reazione: i novatori modernisti (scil., gli storicisti di cui sopra) portano nella loro dottrina la quintessenza di tutte le eresie. Resistere alle loro pretese è l’unica cosa da fare, a prescindere dalle reali possibilità di successo.
  3. L’intelligenza della fede: alcune domande possono essere sbagliate e spesso possiamo individuarne con esattezza le ragioni contingenti che hanno determinato o favorito il loro insorgere. Tuttavia la fede cattolica è tale da poter crescere anche rispondendo a siffatte domande maliziose e tendenziose. Anzi la stessa storia del cristianesimo lo attesta incontrovertibilmente: ogni volta che ha affrontato delle eresie, la Chiesa è cresciuta «in età, sapienza e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2, 51-52).

E a ben rileggere il testo di Ladária, dopo tutto quanto veniamo esponendo, alcune righe che a una prima lettura rischiavano forse di sfuggirci si fanno più vivide, come se il Prefetto avesse già tracciato il cammino alternativo al “salto della staccionata” proposto dagli eversori:

Certamente, la differenza di funzioni tra l’uomo e la donna non porta con sé nessuna subordinazione, ma un arricchimento mutuo. Si ricordi che la figura compiuta della Chiesa è Maria, la Madre del Signore, la quale non ha ricevuto il ministero apostolico. Si vede così che il maschile e il femminile, linguaggio originario che il creatore ha iscritto nel corpo umano, sono assunti nell’opera della nostra redenzione. Proprio la fedeltà al disegno di Cristo sul sacerdozio ministeriale permette, allora, di approfondire e promuovere sempre di più il ruolo specifico delle donne nella Chiesa, dato che, «nel Signore, né l’uomo è senza la donna, né la donna è senza l’uomo» (1 Corinzi, 11, 11). Inoltre, si può gettare così una luce sulla nostra cultura, che fa fatica a comprendere il significato e la bontà della differenza tra l’uomo e la donna, la quale tocca anche la loro missione complementare nella società.

Così la Chiesa, semplicemente vivendo la propria vita, darebbe un’importante testimonianza circa le gravi confusioni addotte da «quell’errore della mente umana» (© Francesco) che è l’ideologia del gender. Cristo è Figlio, e in quanto sposo e corpo della Chiesa è pure padre e madre di «una moltitudine di fratelli» (Col 1, 15; cf. Rom 8, 29). Se l’analogia di “Cristo sposo” risulta (ancora) fragile – e in un certo senso sono d’accordo con questa particolare critica mossa da Grillo – ciò comporta non un invito a misconoscere e demolire il deposito della fede, bensì il comando di approfondire la comprensione di «quale sia la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità dell’amore di Cristo, che sorpassa ogni conoscenza» (Ef 3, 18-19).

A oggi la via regale di questo cammino sembra essere data dall’assioma enunciato da Hans Urs Von Balthasar nei Neue Klarstellungen:

Maria è la “Regina degli Apostoli” senza rivendicare per sé poteri apostolici. Lei possiede altro e molto di più.

H.U. von Balthasar, Neue Klarstellungen, 181

Non a caso nel discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 1987 Giovanni Paolo II volle indicare questo testo per lumeggiare la distinzione tra “principio petrino” e “principio mariano”:

In questo senso, la dimensione mariana della Chiesa antecede quella petrina, pur essendole strettamente unita e complementare. Maria, l’Immacolata, precede ogni altro, e, ovviamente, lo stesso Pietro e gli apostoli: non solo perché Pietro e gli apostoli, provenendo dalla massa del genere umano che nasce sotto il peccato, fanno parte della Chiesa “sancta ex peccatoribus”, ma anche perché il loro triplice “munus” non mira ad altro che a formare la Chiesa in quell’ideale di santità, che già è preformato e prefigurato in Maria. Come bene ha detto un teologo contemporaneo, “Maria è “regina degli apostoli”, senza pretendere per sé i poteri apostolici. Essa ha altro e di più”. Singolarmente significativa si rivela, da questo punto di vista, la presenza di Maria nel cenacolo, ove Ella assiste Pietro e gli altri apostoli, pregando con loro e per loro in attesa dello Spirito.

Questo legame tra i due profili della Chiesa, quello mariano e quello petrino, è dunque stretto, profondo e complementare, pur essendo il primo anteriore tanto nel disegno di Dio quanto nel tempo, nonché più alto e preminente, più ricco di implicazioni personali e comunitarie per le singole vocazioni ecclesiali.

Da questa breve citazione si capisce bene, mi pare, che non si potrà percorrere la via di questo approfondimento se non spogliandoci dai preconcetti dello storicismo e delle paure reazionarie: il mistero della donna, il genio femminile all’interno della Chiesa – in particolare per questa nostra epoca – è una foresta quasi vergine che chiede di essere esplorata, ma nessuno uscirà vivo da quella selva se vi sarà entrato per difendere delle tesi e non per scoprire la verità (accettandola perfino se corrispondesse alla Tradizione della Chiesa!). Questo ci chiede il nostro mondo nel nostro tempo; questo esige Dio, che «ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna» (Gv 3, 16).

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