Ricevi Aleteia tutti i giorni
Iscriviti alla newsletter di Aleteia, il meglio dei nostri articoli gratis ogni giorno
Iscriviti!

Non vuoi fare nessuna donazione?

Ecco 5 modi per aiutare Aleteia

  1. Prega per il nostro team e per il successo della nostra missione
  2. Parla di Aleteia nella tua parrocchia
  3. Condividi i contenuti di Aleteia con amici e familiari
  4. Disattiva il tuo AdBlock quando navighi nel nostro portale
  5. Iscriviti alla nostra Newsletter gratuita e non smettere mai di leggerci

Grazie!
Il team di Aleteia

iscriviti

Aleteia

L’ordinazione sacerdotale, tra Ladária e Grillo: alla ricerca del posto delle donne nella Chiesa

© DR
Condividi

A seguito di una dichiarazione del Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede il liturgista del Sant’Anselmo ha proposto una serie di critiche (alcune delle quali irricevibili) che possono (tuttavia) aiutarci nell’approfondire la nostra comprensione del mistero ecclesiale. E forse la Chiesa stessa capirà di avere in serbo una perla speciale da offrire al nostro mondo, sull’argomento.

Più solida appare invece l’obiezione seguente:

Pensare di risolvere tale questione con il riferimento insostituibile al “maschile” per la “rappresentazione di Cristo sposo” appare una via troppo fragile, che liturgicamente risulta oggetto di ampia discussione.

È vero, la discussione c’è (al pari di moltissimi altri temi accademici) e la via di “Cristo sposo” può apparire davvero fragile. Il che non significa, tuttavia, che sia falsa: natura non facit saltus, questo vale anche nello sviluppo del dogma (e non solo quando è utile ai teologi), e il piccolo ramoscello di oggi potrà diventare domani un solido tronco. È strano, invece, che si pretenda di abbandonare una tesi che mostra buoni elementi di veracità solo perché (ancora) fragile. Storicismo a targhe alterne?

Un punto su cui la critica di Grillo appare invece molto fondata, e che pare segnare – se si vuol dire così – un punto a suo vantaggio, è quella circa il riferimento di Ladária al decreto tridentino Sulla comunione sotto le due specie e la comunione ai fanciulli: in effetti quel testo

  1. si riferisce ad altro che al sacramento dell’Ordine;
  2. se dovesse essere estrapolato formalmente potrebbe venire addirittura addotto a sostegno della tesi di Grillo, non meno che di quella “di Ladária”;

Il liturgista scopre invece il fianco mentre afferma che il nodo centrale dell’argomentazione del Prefetto si regge su «un doppio passaggio che appare altamente problematico»:

Da un lato si interpreta un fatto – il sesso maschile dei 12 apostoli – come una indicazione normativa; dall’altro si pensa il sacramento introducendo nella sua sostanza un “sesso maschile” che escluderebbe ogni margine di modificabilità da parte della Chiesa. Ma la prima affermazione è congetturale, mentre la seconda è una costruzione sistematica del tutto discutibile. Sarebbe del tutto plausibile pensare che oggi – nelle condizioni storiche e culturali di buona parte del mondo –possa rappresentare una grave forma di infedeltà verso il Signore non riconoscere gradualmente tutta la ricchezza ministeriale e carismatica che battezzate di sesso femminile potrebbero riservare alla azione e alla autorità della Chiesa. E che invece la vera fedeltà possa essere scoperta nella capacità della Chiesa di uscire dalle proprie consuetudini storiche, riconoscendo di averle identificate a lungo, ma oggi erroneamente, come tradizioni normative vincolanti.

Anzitutto, in linea di principio i fatti possono ben essere indicazioni normative: non devo essere io a ricordare a un professore di liturgia che in una lettera di Cipriano si definisce l’eucaristia precisamente così. «Idem facere quod fecit Dominus» [«Fare la stessa cosa che fece il Signore»] (T.C. Cipriano, Lettera 63, 18) significa precisamente assumere dei fatti come indicazioni normative. Lo stesso attesta Paolo, lo stesso la Didaché, lo stesso – proprio in materia liturgica – molte altre fonti: “facciamo ciò che fece Cristo” sottintende sempre “e non facciamo ciò che non fece”; “facciamo ciò che gli apostoli ci hanno tramandato” implica pure “e non facciamo ciò che non ci hanno tramandato”. Certamente, la Chiesa ha facoltà di discernere quali siano gli elementi che si possono cambiare, ma si deve pur rilevare che storicamente essa si è dimostrata molto più restia a modificare disposizioni minime e materiali, ove certamente risalenti a Cristo o agli apostoli, che a ritoccare grandi e solenni decisioni ecclesiali ove apparisse la loro distanza da quella stessa fonte che fu la Chiesa nascente. In pratica, è stato più facile nel IV secolo ritoccare la datazione della Pasqua (e comunque c’è voluto del bello e del buono…) che ancora ai nostri giorni nel permettere ai preti di celebrare la messa con bevande analcoliche nei Paesi in cui la sola detenzione di alcool è di per sé illegale (e talvolta punibile con la morte). In tal senso si capisce perché Ladária potrebbe aver scelto quel testo tridentino che a prima vista sembra meno appoggiarlo che sfidarlo: possiamo decidere di dare la comunione sotto una sola specie come possiamo permettere ai preti di vestire un abito regolare o no; ma come l’eucaristia non si può fare senza pane e senza succo d’uva fermentato (pure nelle ostie per celiaci un po’ di glutine deve trovarsi, sennò non è pane…), così i preti non si possono “fare” senza quell’umana materialità che Cristo, nella sua libertà sovrana, volle scegliere – ossia senza degli uomini maschi che credano in lui (dopo la Samaritana e la Maddalena, chi gli avrebbe impedito di mettere donne tra i Dodici?).

Grillo sembra non vedere tutto questo: afferma invece che il passaggio dai fatti alle norme sarebbe “congetturale”, che l’inclusione dell’umanità sessuata nelle condizioni dell’Ordine sarebbe “discutibile”, mentre al contrario “pensare che oggi” (grande luogo teologico: oggi!) non sussistano più motivi di quanti ne sussistevano ai tempi di Gesù per ordinare le donne… questo potrebbe «rappresentare una grave forma di infedeltà verso il Signore». Mentre pensare il contrario – cioè quello che Grillo non fa mistero di pensare – sarebbe “plausibile”. Congetturale, discutibile, plausibile: in tutto ciò il principio di realtà, la responsabilità verso la Tradizione (e Grillo è uno serio, sa che cosa vuole dire “Tradizione” con la T maiuscola), il rispetto delle fonti storiche… tutto sembra svanire.

Un articolo letto “parzialmente”

Grillo arruola poi sul carro del proprio argomento un importante collega – il gesuita Giancarlo Pani, docente di storia ecclesiastica moderna in Gregoriana – e per suo tramite un mammasantissima della teologia del XX secolo, il domenicano Yves Congar. Sintetizza Grillo:

[…] quando la tradizione attesta dei “fatti”, se ne può desumere prudentemente la possibilità o la necessità. Ma quando ad essere attestata è una “assenza di fatti”, non sempre è prudente desumerne la non necessità o la impossibilità. Citando questa bella espressione di Y. Congar, Pani mette in guardia da facili generalizzazioni, oggi assai diffuse.

Subito prima il liturgista aveva (correttamente) indicato il riferimento dell’articolo, ma il lettore s’ingannerebbe se pensasse di trovare citate di seguito le parole di Pani e di Congar. Poiché invece sono parole belle e vere, ora le riportiamo (prima di questo e poi di quello). Così Congar:

L’assenza di un fatto non è criterio decisivo per concludere sempre prudentemente che la Chiesa non può farlo e non lo farà mai.

E chi lo contesterebbe? Ma poiché Grillo contesta a Ladária che il decreto tridentino si occupava di Eucaristia e non di Ordine, allora ci sarà consentito domandare di cosa stesse parlando Congar. Risponde Pani:

P. Congar lo notava a proposito dei rapporti tra sacerdoti e vescovi: «Dal fatto che la Chiesa ha fatto una cosa, si può concludere che ella poteva e può farla. Ma dal fatto che ella non ha fatto una cosa, o perlomeno che non siamo a conoscenza del fatto che l’abbia fatta, non è sempre prudente concludere che ella non può farla e non la farà mai» [traduzione dal francese mia].

Giancarlo Pani, La donna e il diaconato in La Civiltà Cattolica 3999, 217 (e nota 39)

Rapporti tra sacerdoti e vescovi, dunque, e non accesso delle donne all’Ordine sacro. Ma Grillo prosegue l’elenco così:

Ci si chiede, poi: il pronunciamento di Ordinatio Sacerdotalis, che dice nel 1994 una parola forte sulla esclusione delle donne dal ministero, a che livello di autorevolezza deve essere collocato? La breve discussione riportata da Pani riaccende l’interesse sulle implicazioni che, indirettamente, quella soluzione comporta nella discussione sul diaconato femminile.

Il passaggio in questione precede l’osservazione di Congar, non la segue. Peraltro Pani chiosa, citando un passo di Alberto Piola (tesi dottorale: relatore, Luis Ladária):

Non avrebbe senso sostenere che la Chiesa deve cambiare solo perché i tempi sono cambiati, ma resta vero che una dottrina proposta dalla Chiesa chiede di essere compresa dall’intelligenza credente. La disputa sulle donne prete potrebbe essere messa in parallelo con altri momenti della storia della Chiesa; in ogni caso oggi nella questione del sacerdozio femminile sono chiare le auctoritates, cioè le posizioni ufficiali del Magistero, ma tanti cattolici fanno fatica a comprendere le rationes di scelte che, più che espressione di autorità, paiono significare autoritarismo. […] Oggi c’è un disagio tra chi non riesce a comprendere come l’esclusione della donna dal ministero della Chiesa possa coesistere con l’affermazione e la valorizzazione della sua pari dignità.

Ivi, 217-218, cf. A. Piola, Donna e sacerdozio, 8-10 passim

E ci sarebbe poco altro da aggiungere, se non il fatto che lo stesso Grillo riconosce nella conclusione del suo scritto che «resta sempre la distinzione della questione della “ordinazione sacerdotale” da quella della “ordinazione diaconale”, che non può essere considerata inclusa nel ragionamento prodotto dalla discussione che abbiamo fin qui considerata.

Molto vero e molto corretto, Professore: si capisce un poco meno perché allora l’esempio di un articolo storico sul diaconato femminile doveva essere utile in sede di elaborazione teologica circa l’ammissione di donne all’ordinazione sacerdotale. O forse si capisce qualcosa, perché Grillo spiega:

Quindi, anche al di là della conclusione cui si giungesse nella valutazione di OS, bisognerebbe riconoscere pur sempre che il documento esaminato nulla dice a proposito di una eventuale ordinazione diaconale, quando venisse estesa a soggetti battezzati di sesso non maschile, ma femminile. A meno che non si ritenga, con la logica del piano inclinato, che ogni cedimento iniziale, anche minimo, possa poi a cascata risultare incontrollabile.

Francamente, da studioso di storia del dogma quale un poco sono, non mi pare che il problema sia principalmente “politico”, ossia che riguardi concessioni e cedimenti, ma storico: come infatti ben sintetizza lo stesso Pani,

J. Danielou, R. Gryson e C. Vagaggini avallano una sostanziale analogia tra l’ordinazione delle diaconesse e quella dei diaconi. Invece, A.G. Martimort ritiene che le ordinazioni delle diaconesse orientali si collochino, per così dire, a metà strada tra gli ordini maggiori (diaconato, presbiterato, episcopato) e l’ampia serie dei ministeri minori (suddiaconato, accolitato, ostiariato ecc., che non sono “ordinati”).

Ivi, 219

Ma queste cose Grillo le sa benissimo, anzi le insegna (e bene): difficile quindi soffocare il sospetto che quella che chiama “la logica del piano inclinato” sia precisamente la “sua” strategia (neanche troppo nascosta). Diremmo così, fuori dai denti: diaconato e sacerdozio vanno insieme e sono analoghi se possiamo ottenerli tutti e due e subito; altrimenti, meglio una diaconessa oggi e una sacerdotessa domani che nessuna delle due nei secoli. Il Professore è un uomo erudito, non si discute: mi pare però che questo sia un modo singolare di fare storia.

Il bambino oltre l’acqua sporca

Però non avrei trascinato il lettore per più di ventimila battute col solo scopo di “confutare Grillo”: in realtà mi pare che il suo testo, al netto di qualche grossa faziosità e di alcune forzature, dica una cosa importante, di cui dovremmo far tesoro:

La domanda sull’eventuale riconoscimento di autorità a soggetti battezzati di sesso femminile va onorata con risposte all’altezza, non con minestre riscaldate, basate su argomenti fragili, su citazioni bibliche e magisteriali non pertinenti e fondate su pregiudizi del passato.

Affermare che quella di Ladária sarebbe una “minestra riscaldata” e tutto il resto è chiaramente un insulto indegno del grado accademico di Grillo (e da un uomo nella sua posizione ci si aspetta ben altro livello di temperanza), ma Ladária è il primo a sapere che gli officiali della Congregazione per la Dottrina della Fede stanno ai teologi come in un campo di calcio i membri dello staff arbitrale stanno ai giocatori: tutti corrono, tutti sudano, tutti osservano e interpretano delle norme, ma nella fattispecie i primi sono incaricati di vigilare sull’integrità del regolamento, i secondi di animare la partita. Fuor di metafora, Ladária è un finissimo teologo, ma non per questo detiene le chiavi segrete di tutti i misteri della teologia, e soprattutto pretendere da lui «la parola che squadri da ogni lato» sarebbe come aspettarsi una rovesciata da un guardalinee.

Pagine: 1 2 3

Newsletter
Ricevi Aleteia tutti i giorni