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L’ordinazione sacerdotale, tra Ladária e Grillo: alla ricerca del posto delle donne nella Chiesa

© DR
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A seguito di una dichiarazione del Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede il liturgista del Sant’Anselmo ha proposto una serie di critiche (alcune delle quali irricevibili) che possono (tuttavia) aiutarci nell’approfondire la nostra comprensione del mistero ecclesiale. E forse la Chiesa stessa capirà di avere in serbo una perla speciale da offrire al nostro mondo, sull’argomento.

Ricordo ancora la battuta con cui una mia collega d’università – eravamo matricole di filosofia – folgorò un tizio che la invitava a dire la sua (ovvero ad esporsi) sul “sacerdozio alle donne”: «Ma certo che sono d’accordo: non prima, però, che gli uomini comincino a partorire». Le ironiche fatalità della vita avrebbero portato la mia amica ad avere una “santa presbitera” in famiglia, giacché sua sorella avrebbe sposato un giovane cattolico orientale avviato al sacerdozio (e quello è il titolo con cui in Oriente si designa “la moglie del prete”): eravamo entrambi digiuni, o quasi, di studi teologici, eppure a distanza di questi non pochi anni guardo indietro e mi pare che quelle parole cogliessero l’essenziale di tutta la questione. In via preterintenzionale, mi dico, ma forse la realtà è che davvero

soprattutto i nostri giorni attendono la manifestazione di quel “genio” della donna che assicuri la sensibilità per l’uomo in ogni circostanza: per il fatto che è uomo! E perché «più grande è la carità» (1Cor 13, 13).

Giovanni Paolo II, Mulieris dignitatem 30

Per tale ragione avevo condiviso cordialmente le parole di monsignor Ladária, quando osservava:

[…] Desta seria preoccupazione veder sorgere ancora in alcuni paesi delle voci che mettono in dubbio la definitività di questa dottrina. Per sostenere che essa non è definitiva, si argomenta che non è stata definita ex cathedra e che, allora, una decisione posteriore di un futuro Papa o concilio potrebbe rovesciarla. Seminando questi dubbi si crea grave confusione tra i fedeli, non solo sul sacramento dell’ordine come parte della costituzione divina della Chiesa, ma anche sul magistero ordinario che può insegnare in modo infallibile la dottrina cattolica.

È vero, se si scorre la lista dei pronunciamenti in materia – se ne contano ben cinque “importanti”, nei soli venti anni tra il 1975 e il 1995, escludendo i richiami ad essi fatti dai Pontefici, buon ultimo Francesco – si ha quasi l’impressione che a fronte di una dottrina chiara e definita tornino ancora e sempre a manifestarsi degli agenti ecclesiali che insistono a chiedere ciò che è stato negato per sempre. Un atteggiamento comprensibilmente irritante, per chi ha il compito di custodire l’integrità del depositum fidei: modus operandi catalogabile a metà tra la stolida insistenza delle mosche contro il vetro e il petulante cicaleccio dell’adolescente che chiede a un genitore ciò per cui l’altro ha già negato il proprio consenso. Soprattutto si fatica sempre a intravedere le motivazioni di codesto rivendicazionismo, che non sembra molto distante – nel tono, nelle forme e nella sostanza – da quello del femminismo sessantottino.

Leggi anche: La Chiesa chiude ogni spiraglio: mai una donna sarà sacerdote

Questo il contesto in cui Ladária è tornato ad affermare «a proposito di alcuni dubbi» «il carattere definitivo della dottrina di “Ordinatio sacerdotalis”»:

Cristo ha voluto conferire questo sacramento ai dodici apostoli, tutti uomini, che, a loro volta, lo hanno comunicato ad altri uomini. La Chiesa si è riconosciuta sempre vincolata a questa decisione del Signore, la quale esclude che il sacerdozio ministeriale possa essere validamente conferito alle donne. Giovanni Paolo II, nella lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis, del 22 maggio 1994, ha insegnato, «al fine di togliere ogni dubbio su di una questione di grande importanza che attiene alla stessa divina costituzione della Chiesa» e «in virtù del [suo] ministero di confermare i fratelli» (cfr. Luca, 22, 32), «che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa» (n. 4). La Congregazione per la dottrina della fede, in risposta a un dubbio sull’insegnamento di Ordinatio sacerdotalis, ha ribadito che si tratta di una verità appartenente al deposito della fede.

Sintesi precisa e succinta, come è nel tratto di Ladária. Il quale dopo poco è tornato ad aggiungere:

Consapevole di non poter modificare, per obbedienza al Signore, questa tradizione, la Chiesa si sforza anche di approfondire il suo significato, poiché il volere di Gesù Cristo, che è il Logos, non è mai privo di senso. Il sacerdote, infatti, agisce nella persona di Cristo, sposo della Chiesa, e il suo essere uomo è un elemento indispensabile di questa rappresentazione sacramentale (cfr. Congregazione per la dottrina della fede, Inter insigniores, n. 5). Certamente, la differenza di funzioni tra l’uomo e la donna non porta con sé nessuna subordinazione, ma un arricchimento mutuo. Si ricordi che la figura compiuta della Chiesa è Maria, la Madre del Signore, la quale non ha ricevuto il ministero apostolico. Si vede così che il maschile e il femminile, linguaggio originario che il creatore ha iscritto nel corpo umano, sono assunti nell’opera della nostra redenzione. Proprio la fedeltà al disegno di Cristo sul sacerdozio ministeriale permette, allora, di approfondire e promuovere sempre di più il ruolo specifico delle donne nella Chiesa, dato che, «nel Signore, né l’uomo è senza la donna, né la donna è senza l’uomo» (1 Corinzi, 11, 11). Inoltre, si può gettare così una luce sulla nostra cultura, che fa fatica a comprendere il significato e la bontà della differenza tra l’uomo e la donna, la quale tocca anche la loro missione complementare nella società.

Mi pare che non si sia dato il giusto rilievo alle considerazioni del Prefetto sull’effetto eversivo che simili rivendicazioni hanno sul senso ecclesiale del Popolo di Dio, quasi che l’atto della fede cattolica si limitasse alle sole verità “rivelate e definite” con appello al carisma dell’infallibilità del Romano Pontefice in materia di fede e di morale. E l’approfondimento prodotto dal prelato spagnolo è quanto mai luminoso e chiarificatore, in tal proposito:

È importante ribadire che l’infallibilità non riguarda solo pronunciamenti solenni di un concilio o del Sommo Pontefice quando parla ex cathedra, ma anche l’insegnamento ordinario e universale dei vescovi sparsi per il mondo, quando propongono, in comunione tra loro e con il Papa, la dottrina cattolica da tenersi definitivamente. A questa infallibilità si è riferito Giovanni Paolo II in Ordinatio sacerdotalis. Così egli non ha dichiarato un nuovo dogma ma, con l’autorità che gli è stata conferita come successore di Pietro, ha confermato formalmente e ha reso esplicito, al fine di togliere ogni dubbio, ciò che il magistero ordinario e universale ha considerato lungo tutta la storia della Chiesa come appartenente al deposito della fede. Proprio questo modo di pronunciarsi riflette uno stile di comunione ecclesiale, poiché il Papa non ha voluto operare da solo, ma come testimone in ascolto di una tradizione ininterrotta e vissuta. D’altra parte, nessuno negherà che il magistero possa esprimersi infallibilmente su verità che sono necessariamente connesse con il dato formalmente rivelato, poiché solo in questo modo può esercitare la sua funzione di custodire santamente ed esporre fedelmente il deposito della fede.

Si potrà sempre dire, se si diffida dei dicasteri della Curia Romana, che quella di Ladária è una balla propagandistica, mentre di per sé il Papa polacco intese semplicemente lasciare libere le mani dei suoi successori… ma – sorvolando sul fatto che si tratterebbe di una bugia sublime, se menzogna fosse – risulterebbe problematico in sé proprio conciliare la diffidenza alla Santa Sede (che misticamente è molto più della Curia Romana) con una genuina fede cattolica.

Leggi anche: Papa Francesco: senza amore e servizio la Chiesa non va avanti

Comunque alla dichiarazione di Ladária ha fatto ampio riferimento il rinomato liturgista Andrea Grillo, docente al Sant’Anselmo, con una lunga e fervorosa confutazione: quella del Prefetto spagnolo sarebbe “teologia d’autorità con ratio troppo fragile”. Del testo di Grillo va senz’altro respinta con fermezza la chiusa, con la quale il liturgista ha voluto assestare all’Arcivescovo un tanto sonoro quanto ingiustificato ceffone, attribuendogli posizioni retrograde che in nessun modo sono ravvisabili nel suo testo: in realtà lo scopo della proiezione di S.Th. Suppl. 39 1, c sul pronunciamento del Prefetto è unicamente il tentativo di screditare in blocco tutto quanto non corrisponda immediatamente allo “spirito del Concilio” (simile a quella cosa inafferrabile «che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie», per dirla con Ratzinger). Poiché però il resto dell’intervento di Grillo è di livello decisamente superiore alla chiusa – in cauda venenum… – passiamo in rassegna le sue segnalazioni circa i punti deboli e le questioni ermeneutiche ravvisabili nel testo di Ladária.

Cristo non disse nulla in merito

Grillo attacca Ladária anzitutto sorridendo del riferimento del Prefetto alla «fedeltà alle parole di Cristo»:

Il silenzio interpretato come parola esplicita, e il fatto tradotto in discorso normativo, non appare una soluzione teologica capace di sostenere con autorevolezza la pretesa di una tradizione “irreformabile”.

Attenzione: il silenzio non è “parola esplicita”, il silenzio è silenzio. Esso viene semmai interpretato alla luce dell’atteggiamento complessivo di Gesù verso le donne, alle quali nel corso della propria vicenda affidò missioni delicatissime e perfino decisive (dalla visitazione al preconio pasquale)… ma non la missione apostolica, non nel senso in cui la affidò ai dodici, “quelli che scelse”. Il mistero della volontà di Cristo si esprime in parole e gesti, come tutta la Rivelazione e come la stessa liturgia; ma alle parole corrispondono i silenzi, come sfondo e come complemento, almeno quanto ai gesti corrispondono le omissioni. Cristo non proibì tutto ciò che scelse di non fare, ma pretendere che abbia comandato tutto ciò che non comandò presenta una fallacia perlomeno analoga a quella che si rimprovera all’avversario di disputa: una fallacia a cui Grillo si espone spesso.

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