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Monsignor Bruno-Marie Duffé: «Gli Stati devono dare un senso alle tasse»

© William ALIX/CIRIC

Portrait de Bruno-Marie Duffé

Arthur Herlin - pubblicato il 06/06/18

Per padre Bruno-Marie Duffé, numero due del Dicastero per il servizio dello Sviluppo Umano integrale, “Œconomicæ et pecuniariæ quæstiones” (Questioni economiche e finanziarie, in latino) vuole incitare i movimenti di capitale a essere diretti in vista del bene comune.

Arthur Herlin: Perché è sembrato indispensabile integrare il lavoro della Congregazione per la Dottrina della Fede con una riflessione sull’etica in economia, cosa che non sembra essere necessariamente un principio cristiano?

Padre Bruno-Maria Duffé: Questa cooperazione ha del senso nella misura in cui l’etica raccoglie la propria ispirazione nell’atto di fede. Articolando i due servizi, abbiamo cercato di integrare i principî di etica sociale nella prospettiva della confessione della fede. In effetti noi crediamo in un Dio che ci affida la creazione, in Gesù Cristo che libera gli uomini dallo stallo dell’appropriazione e che nello Spirito Santo ispira condotte di giustizia e di pace. La collaborazione è stata un forte dialogo che ha pure l’effetto di presentare la fede cristiana nel contesto attuale, non solamente su un piano teorico ma anche comportamentale, perché determinato dalle nostre scelte nel dominio economico e sociale.

A. H.: C’è pure – a giudicare dal lessico impiegato nel documento – una volontà di essere compresi dai protagonisti dell’economia, talvolta distanti dalla fede cristiana?

P. B.-M. D.: Assolutamente! Volevamo che questo documento fosse accessibile tanto per gli operatori della sfera finanziaria quanto da ogni cittadino. Ciascuno infatti ha una parte di responsabilità nel modo in cui sceglie di utilizzare il proprio denaro, come un mezzo o come un fine. È la questione che attraversa il testo: noi contestiamo radicalmente la visione del denaro come un fine in sé. Se le ricchezze non sono più investite in una dinamica di innovazione, in un circuito di produzione, di lavoro e di scambio, esse sono inutili. È il cuore della nostra riflessione. Il denaro, quando rappresenta un mondo a sé – chiuso, ridotto a feticcio – diventa inafferrabile.

A. H.: Il documento fa riferimento numerose volte alla tassazione, alle imposte e alle sovvenzioni. Quando lo Stato applica questa politica non partecipa all’isolamento di ricchezze, poiché le sottrae al circuito degli scambi di capitali?

P. B.-M. D.: Sì, ecco perché – oltre a incitare a mettere il denaro in un progetto comune – invitiamo anche gli Stati e le istituzioni pubbliche a dare del senso alle imposte. Se lo Stato tassa gli individui, questo dev’essere per sostenere la collettività e non per sanzionare la persona proprietaria del denaro. La questione fondamentale è dunque quella della proprietà. Comunque, se invece di essere utilizzate le ricchezze restano in un mondo chiuso il problema non sono più le tasse, bensì l’appropriazione. Certo, siamo proprietari del nostro denaro, ma se la sola logica è quella dell’amplificazione dell’appropriazione, cosa che in breve si chiama “usura”, ciò può nuocere alla ripartizione dei beni.

A. H.: La proprietà non è un diritto fondamentale promosso dalla Chiesa, in particolare da papa Leone XIII nell’enciclica Rerum novarum?

P. B.-M. D.: Difatti essa era allora concepita come la garanzia del poter costituire un piccolo capitale, al fine di sopravvivere. È una proprietà pensata sul mondo rurale, che permette di disporre di terre per passare dallo statuto di proletario a quello di proprietario. È una proprietà nel senso tomistico del temine: per san Tommaso d’Aquino, la proprietà assicura mezzi di sussistenza.

A. H.: È cosa adattabile all’economia attuale? Per poter fare dei regali, ad esempio, è necessario poter disporre liberamente di denaro…

P. B.-M. D.: Da un certo punto di vista, l’imposta istituzionalizzata rappresenta l’espressione secolarizzata della carità. Lo Stato assolve in effetti a una funzione caritativa, o meglio di correzione delle diseguaglianze. Dunque non c’è ragione che la tassazione sottragga quei mezzi. D’altro canto, se c’è tanto bisogno… è perché la situazione non è sufficientemente equa.

A. H.: Benedetto XVI però non mette le tasse e la carità sullo stesso piano, nella misura in cui la carità, a differenza delle imposte, dev’essere libera e volontaria…

P. B.-M. D.: La distinzione di Benedetto XVI insiste effettivamente sul principio di gratuità, che in economia è molto forte perché ricade nel dare senza obbligazione e dunque nell’esercitare la nostra libertà. Questo conferisce alla carità il suo carattere innovativo. Il dono spontaneo viene realizzato ogni volta come se fosse la prima. Al contrario le sovvenzioni dello Stato appaiono più istituzionalizzate e formalizzate. Ma ciascuno deve adempiere al proprio ruolo: lo Stato regola, l’economia libera capitali, infine l’individuo esercita la carità.

A. H.: Il nuovo governo italiano prevede di mettere in atto una Flat Tax – un’imposta a tasso unico, ma pagata da tutti i cittadini –. Ciò fa parte delle “sapienti riforme” evocate dal documento?

P. B.-M. D.: Tale principio è stato evocato dal nostro gruppo di lavoro, e ne abbiamo riconosciuto la positività. Bisogna però vegliare sugli individui con reddito basso (o nullo), per i quali la Flat Tax comporta un contributo ancora forte. Quest’imposta ha comunque del senso perché permetterebbe ad ogni persona di contribuire ad onorare gli impegni della società, nonché al bene comune. Ora, pagare le tasse permette di essere riconosciuti come cittadini a pieno titolo, e quindi fa acquisire dignità.

[Traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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