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Il colosso dell’aborto Planned Parenthood protegge i clienti più fedeli: gli stupratori

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Una nuova coraggiosa indagine e denuncia ad opera di LiveAction, associazione prolife negli USA, sulla catena di cliniche abortiste: gli stupratori non vengono denunciati e possono reiterare le violenze e usufruire dei “servizi di aborto” su donne tutt’altro che libere, spesso minori.

di Lucia Scozzoli

Live Action, associazione pro life statunitense più che mai attiva, guidata dall’indomita Lila Rose, sta cercando di attirare l’attenzione mediatica sull’ennesimo illecito di Planned Parenthood, il colosso degli aborti che negli USA si sostiene con una montagna di denaro di sovvenzioni pubbliche concesse sotto la voce “salute della donna”.

Mercoledì scorso Live Action ha annunciato che divulgherà una nuova serie di video dal titolo “Aiding Abusers”, cioè aiutanti abusatori, che esporrà il sistematico decennale insabbiamento messo in opera da Planned Parenthood delle informazioni sugli abusi sessuali subiti da donne che si sono presentate nelle sue cliniche in modo più o meno spontaneo per abortire a seguito di stupri. Nel primo video Lila Rose ha esposto un’introduzione al progetto e una panoramica circa cosa attendersi dalle prossime puntate (ne sono state annunciate 7): casi documentati, testimonianze di ex insider dell’industria abortista, indagini sotto copertura, le menzogne presentate da Planned Parenthoodin risposta alle accuse e le conseguenze che il personale incriminato ha affrontato. «Che si tratti di Hollywood, dello sport, della politica o dei grandi media; abbiamo sentito i nomi dei perpetratori e dei loro attivatori, persone che conoscevano l’abuso, ma non hanno fatto nulla per fermarlo», afferma Lila Rose nel video introduttivo. «Ma pochi stanno gridando contro uno dei più grandi complici degli Stati Uniti per gli abusi sessuali, anche se c’è una documentazione diffusa di copertura sistemica di abuso sessuale dietro le sue porte. Il gruppo si chiama Planned Parenthood e è fiscalmente finanziato».

Live Action ha anche pubblicato la seconda parte della serie, “Casi registrati”, in cui descrive dettagliatamente come il rifiuto del gigante dell’aborto di denunciare uomini che hanno portato ragazze di 12 anni per aborti ha permesso ai loro violentatori di continuare a violentarle. I casi sono stati rintracciati da Live Action da documenti statali e civili, blog online e siti Web affidabili che forniscono informazioni dettagliate sui reati rilevati.

Leggi anche: Lo scandalo Planned Parenthood: la prova che gli abortisti in fondo la pensano come i pro-life

Alcuni esempi: il 21 novembre 2014, i rilevatori del Dipartimento della sanità pubblica dell’Alabama hanno visitato Planned Parenthood of Alabama per condurre un sondaggio annuale in loco. Durante la visita, le autorità statali hanno citato Planned Parenthood per diverse carenze. Tra questi c’era la mancata segnalazione di abusi sui minori. Secondo il documento, nell’aprile 2014, una ragazza di 14 anni (che aveva già due bambini vivi) ha subito un aborto presso la struttura mobile – il secondo in quattro mesi, e il personale non ha sporto alcuna denuncia alle autorità, come previsto dalla legge.

Un’ispezione del 2009 su Planned Parenthood of Alabama a Birmingham ha rivelato la mancata segnalazione di sospetti di abusi sessuali su minori di una tredicenne che ha abortito due volte in quattro mesi: la cartella clinica documentava che la bambina aveva avuto il suo primo rapporto completo a 12 anni e che nell’ultimo anno aveva avuto tre partner sessuali. Ora, a 13 anni, era lì per abortire per la seconda volta. Nel novembre 1998, il 23enne Michael Shawn Stevens portò la sua sorellastra di 12 anni (di cui stava abusando sessualmente) in una clinica Planned Parenthood dell’Arizona, dopo essere rimasta incinta da lui. Sei mesi dopo, la vittima era di nuovo incinta e Stevens la portò nella stessa clinica. Questa volta fu fatto un rapporto e Stevens fu arrestato. Nel 2002 un giudice civile ha giudicato la Planned Parenthood negligente per non aver segnalato il primo reato, cosa che ha permesso il perpetrarsi della violenza.

Leggi anche: 5 dichiarazioni scioccanti della fondatrice di Planned Parenthood

Sempre in Arizona, nel 2014, una 15enne si è presentata per abortire, dopo essere rimasta incinta a seguito dello stupro da parte del diciottenne Tyler Kost. Il personale di Planned Parenthood ha suggerito alla ragazza e alla madre di non denunciare, che non valeva la seccatura, e “ha intenzionalmente contraffatto” un rapporto di violenza sessuale in un “incontro consensuale” per evitare di denunciare l’incidente alla polizia, secondo un resoconto dell’ufficio dello sceriffo della contea di Pinal. Lo sceriffo ha potuto arrestare Kost solo mesi dopo, durante i quali il giovane ha assalito altre adolescenti della scuola. 27 capi d’accusa.

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