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Le preoccupazioni costanti contribuiscono all’affaticamento spirituale

STRESS

Photo by Jad Limcaco on Unsplash

padre Robert McTeigue, SJ - pubblicato il 30/05/18

Ci sono questioni che possono alleviarci dallo sforzo superfluo che abbiamo tollerato fin troppo nella vita

Quanto siete bravi a preoccuparvi? Vi lasciate andare alle preoccupazioni solo di tanto in tanto o siete, come si definisce un mio amico, “un preoccupato a livello olimpionico, che si dedica al perfezionamento dell’arte di preoccuparsi”?

Si può praticare la preoccupazione in modo sicuro? Preoccuparsi offre qualche ricompensa? Quanto costa un impegno duraturo con la preoccupazione? E vale la pena?

In questa terza parte sulla “sindrome da affaticamento spirituale cronico” (potete trovare la prima e la seconda parte qui e qui), considereremo la preoccupazione come fattore che contribuisce in modo significativo al nostro affaticamento spirituale e come sintomo di una scarsa pratica di discernimento spirituale.




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Che ci preoccupiamo del passato (“Come ho potuto commettere un peccato così terribile?”) o del futuro (“I miei figli torneranno mai alla fede?”), allontaniamo la nostra attenzione da Dio nel presente, in cui la provvidenza, la grazia e la chiamata ci vengono sempre offerte.

Di fronte a queste domande sul passato e sul futuro, per le quali umanamente non c’è risposta, verremo inevitabilmente invasi dalla preoccupazione, che ci provoca un dolore superfluo, ci allontana dai doveri e dalle benedizioni del momento presente e, cosa peggiore di tutte, ci intrappola in un’impasse di isolamento e disperazione. Non può certo essere quello che Dio vuole per noi!

Cosa dovremmo fare? C’è una storia popolare tra gli oratori motivazionali (se ne può vedere una versione

qui
). La descrizione più comune è quella di un professore che entra in classe con un grande vaso. Ci mette dentro vari sassi piuttosto grandi e chiede: “Il vaso è pieno?” Gli studenti credono che lo sia. Aggiunge una gran quantità di ciottoli e chiede: “Il vaso è pieno?” Gli studenti insistono a dire che lo è. Alla fine mette della sabbia nel vaso, e gli studenti ora vedono che quest’ultimo è davvero pieno.

La morale della storia, secondo chi la racconta più spesso, è che il vaso ha potuto essere riempito solo mettendo prima i sassi grandi, poi i ciottoli e infine la sabbia. Questa storia viene usata per illustrare l’importanza delle priorità. Che insegnamento possono trarne i cristiani?

Una conclusione che non dovrebbero trarre è “Non fermarti finché il vaso della tua vita non è PIENO!”, perché è la strada che conduce alla sindrome da affaticamento spirituale cronico, ed è un modo di procedere che ostacola lo sviluppo di buone abitudini di discernimento. È vero che tutti, inclusi i cristiani, devono avere un giusto senso delle priorità, ma è anche vero che quello che conta come “sassi”, “ciottoli” o “sabbia” verrà giudicato in modo diverso in base al fatto che si serva Dio o Mammona.

Se una persona è profondamente terrena, allora i “sassi”, ovvero le prime priorità, saranno gli sforzi per acquisire e consumare il più possibile. I “ciottoli” potrebbero essere il fatto di coltivare rapporti di affari, e la “sabbia” scrivere biglietti di auguri di Natale ai clienti a dicembre.

Per un fedele discepolo di Cristo, la priorità sarà invertire quello che è caro a chi è mondano.


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Darà priorità all’adorazione, alla testimonianza e al sacrificio di cui una persona secolare riderebbe, se non lo considerasse del tutto inintelligibile.

Anche così, non penso che la “parabola del vaso” offra una guida sufficiente al cristiano, perché può portare all’affaticamento spirituale cronico che ci uccide. L’enfasi della parabola è sul fatto di rendere il vaso PIENO. I cristiani benintenzionati ma non ben guidati possono riempire la propria vita di attività pie e valide cause, ma rendere comunque se stessi (e gli altri!) miserabili, allontanandosi dal Dio che pretendono di servire. È qui che l’abitudine al discernimento può venire in aiuto.

Siamo fatti per servire Dio in questa vita e per goderne per sempre nella prossima. Siamo chiamati ad amare Dio con tutto il nostro essere e ad amare il prossimo come noi stessi, e lo viviamo non come un’astrazione, ma nelle circostanze del nostro stato di vita, con i nostri doveri e privilegi quotidiani.

Piuttosto che cercare di “riempire il vaso”, faremmo bene a esaminare la nostra vita per rimuovere dal vaso qualsiasi cosa risulti incoerente con la nostra identità cristiana. Un esame attento dei dettagli della nostra vita ci farà vedere che siamo esausti perché nel presente ci attacchiamo agli idoli mentre ci imponiamo il peso della preoccupazione per il passato e il futuro.

Chiederci “Di cosa ho bisogno, qui e ora, per fare pienamente solo ciò che Dio mi sta chiedendo?” può alleviarci dallo sforzo superfluo che abbiamo tollerato fin troppo a lungo nella nostra vita. Più svuotiamo il vaso, più Dio lo può riempire di Sé.

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discernimentospirito
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