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La vita con un figlio autistico si riempie di fatica ma anche di risate

Giovanna Bonazzi
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Giovanna moglie di Pietro e mamma di Nicodemo, Sebastiano e Clara racconta una famiglia che si misura con tutto ciò che la vita ha in serbo, anche la disabilità di un figlio

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Cara Giovanna grazie per avere accettato di rispondere alle nostre domande. Allora la prima,  per i nostri lettori di Aleteia: chi sei e cosa fai?

Buongiorno a tutti. Sono Giovanna Bonazzi, moglie e mamma; vivo a Pieve di Cento e faccio la casalinga. Ho fatto studi classici, sono laureata in storia antica. Per un periodo ho insegnato poi sono successe cose nella vita che mi hanno portato dove sono ora.

Quali cose?

Nicodemo, il primogenito, era una bambino straordinariamente bello, biondo, ricciolino, occhi blu (poi diventati verdi). Intorno ai tre anni ci accorgiamo di qualcosa che non va; era spesso iperattivo e mostrava segnali di impaccio motorio e di un certo ritardo. Nel frattempo era già nato anche Sebastiano, che ha due anni di meno.  Immagina, mi ritrovo con due bambini piccoli e di colpo una diagnosi che ci precipita nell’angoscia. Lui il primogenito, così perfetto: disturbo pervasivo dello sviluppo.  E sai cos’ho pensato quasi subito? «Ecco, non riderò più». E proprio su questo il Signore ha giocato. Cioè, senza fingere che sia una fiaba felice, devo dire che questa strada, la nostra, è stata spessissimo attraversata dalla risata.

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Infatti non mi pare proprio che sia un prendere le cose alla leggera, anzi…

No, è stata la salvezza. E’ stato questo che ha permesso, a me e mio marito, di cambiare prospettiva. Andammo dallo psicologo; Nicodemo aveva già la sua diagnosi, un disturbo dello spettro autistico ma, al contrario di quanto ci si aspetti da quella patologia, lui è tutto fuori, tutto relazione, tutto proiettato verso l’altro: dal baciarti, al guardarti, allo scrutarti, abbracciarti, fino all’incalzarti con mille domande: “Perché fumi che poi muori come mio nonno che non respirava più perché fumava?”. Il dottore mi disse “Signora, davanti a queste figuracce lei si faccia una bella risata!”. “Dottore” dicevo “di fronte al bambino con la sindrome di Down le persone sono commosse e in fondo sanno cosa aspettarsi. Ma davanti al mio che sembra normale no. E io assisto trepidante allo sguardo altrui che da benevolo in un attimo, quasi impercettibile, diventa malevolo o infastidito”.

Il momento più duro è stato quello della diagnosi allora?

C’è stato quello e poi un altro colpo, davvero duro. In tre mesi muoiono entrambi i miei genitori. Nel frattempo, dopo Nicodemo e Sebastiano, nasce Clara. Resto sola con questi tre bambini piccoli. Ero senza alcun appoggio. Ovviamente c’è mio marito ma intendo sola perché, insieme mi viene dato il dolore enorme della loro perdita e mi viene tolto il loro supporto quotidiano che mi alleviava e sosteneva. Fino ai 18 anni di Nicodemo (ora ne ha 22) siamo stati affiancati da uno psicologo: “salviamo la mamma, salviamo il bambino”. E così è stato: “Lei ha salvato Nicodemo quando era già sul baratro dell’autismo, l’ha acciuffato e l’ha salvato”, mi disse. Se ci penso davvero a questa cosa a volte, mi chiedo “come, dove?”

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Il dottore stesso mi rivelò: «Lo ha salvato restando al suo posto e crescendo come donna e come mamma». E quello che soprattutto inizialmente è stato motivo di rammarico e mortificazione, il dover rinunciare a dare seguito agli studi fatti con una professione, è diventato la nostra salvezza. L’emergenza con Nicodemo poteva arrivare senza alcun preavviso. Allora avevo deciso di stare, di restare lì.

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