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“La vita esiste, bambino! Mi passa il freddo a dire che la vita esiste". La Fallaci e una lettera indimenticabile

Roxana Gonzalez/Shutterstock

cattOwoman - pubblicato il 25/05/18

Ancora rumoreggiano le fanfare per l'anniversario dell'approvazione della legge 194 in Italia, mentre oggi si vota in Irlanda per l'abrogazione dell'ottavo emendamento. Eppure le domande intorno alla vita sono sempre le stesse. C'è chi le ha sapute scolpire su carta

di Caterina Masso

Non ho mai usato anticoncezionali perché, con la stessa intensità con cui ho sempre detestato e rifiutato il contratto matrimoniale, ho sempre desiderato avere un figlio 

scrive Oriana Fallaci in un appunto sull’esperienza di aborto spontaneo, da lei vissuta alla fine degli anni ’60, che confluirà nel romanzo del 1975 Lettera a un bambino mai nato.

«Stanotte ho saputo che c’eri: una goccia di vita scappata dal nulla»: inizia così questa lettera della madre al figlio di cui da subito intuisce l’esistenza, a cui da subito conferisce il nome di “bambino”.  E’ la storia di una convivenza intessuta di domande e riflessioni sulla maternità e quindi sul senso del vivere: è egoismo o no, mettere al mondo un figlio? E’ un bene o no, l’essere al mondo?




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Io, in fondo, non temo neanche di morire: perché se uno muore vuol dire che è nato, che è uscito dal niente. (…) Ma il niente è da preferirsi al soffrire? Io perfino nelle pause in cui piango sui miei fallimenti, le mie delusioni, i miei strazi, concludo che soffrire sia da preferirsi al niente. (…) Ho deciso per te: nascerai.

Questa decisione resterà in bilico lungo le pagine, la possibilità di scegliere l’aborto sarà continuamente presente: non solo nei pensieri della madre, come alternativa all’inflizione della sofferenza del vivere, ma soprattutto nelle reazioni altrui alla notizia della gravidanza di questa donna indipendente e nubile. I genitori, l’amica, il padre, il medico, il datore di lavoro: ciascuno, con il proprio comportamento, contribuisce un colore a questo quadro che finirà per trasformarsi in un incubo, un processo in cui i vari personaggi saranno chiamati a pronunciarsi sulla colpevolezza dell’imputata: è sua la responsabilità se il bambino è morto? E cosa dirà la vittima?


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Non c’è mai un Dio all’orizzonte, non c’è la fede dietro le scelte né dentro al dolore, ma questa osservazione della realtà così leale e nuda da divenire, a volte, persino spietata, non può che esplodere gemme di verità. Ciascuna vita è irripetibile,

tutti gli spermii e tutti gli ovuli della terra uniti in tutte le possibili combinazioni non potrebbero mai creare di nuovo te, ciò che eri e che avresti potuto essere. Tu non rinascerai mai più.

Viene in mente la logica, completata dalla fede, di Chiara Corbella col suo “siamo nati e non moriremo più”: la luce piena. Ma anche qui, in fondo al vaso di Pandora dell’Oriana che si definì “atea cristiana”, rimane la Speranza: “La vita esiste, bambino! Mi passa il freddo a dire che la vita esiste, mi passa il sonno, mi sento io la vita. Guarda, s’accende una luce.”

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