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I vescovi della Terra Santa invocano la pace per Gaza

© MENAHEM KAHANA / AFP

Israeli soldiers walk towards a Merkava tank, at an army deployment area near Israel's border with the Gaza Strip, on July 17, 2014. Israel and the Islamist Hamas movement have agreed on a ceasefire that will begin at 0300 GMT on Friday, an Israeli official told AFP. AFP PHOTO /MENAHEM KAHANA

Lucandrea Massaro - pubblicato il 23/05/18

Il dramma senza fine nella Striscia mentre la disperazione viene coltivata tanto da Hamas quanto da Israele

La Striscia di Gaza ormai rappresenta una tragedia nella tragedia, un luogo dove vivono poco meno di due milioni di persone in larghissima maggioranza giovani senza uno straccio di aspettativa di futuro.

Un recente rapporto della Banca mondiale tratteggia la drammatica situazione nella Striscia di Gaza: il tasso di disoccupazione è il più alto del mondo, oltre il 43% dei residenti, ma tra i giovani il 60% non ha un lavoro. Il Pil pro capite è calato di oltre un terzo negli ultimi 20 anni (Sole 24 ore)

Gaza è in queste condizioni stretta nella morsa rappresentata da un lato dal fanatismo di Hamas e dall’indifferenza del mondo arabo e la politica intransigente di Israele. Tutti e due vorrebbero vedere l’altro distrutto, ma gli sta bene per il momento che la situazione rimanga così: centinaia di migliaia di persone lontano da Israele ma contemporaneamente pronte a covare sufficiente odio per mantenere lo status quo politico della regione.

Così stamane sono ripresi i raid

Israele ha colpito questa mattina “obiettivi di Hamas” nella Striscia di Gaza, dopo che alcuni militanti avevano incendiato un posto di osservazione israeliano lungo la frontiera. I jet hanno distrutto un tunnel nel Nord della Striscia e affondato una imbarcazione “della forza navale di Hamas” nel porto di Gaza. La nave voleva forzare il blocco per unirsi a una flottiglia di attivisti pro-palestinesi al largo (La Stampa).

contemporaneamente, Suor Bridget Tighe, da gennaio direttrice generale di Caritas Jerusalem, dice al SIRche la situazione a Gaza si può descrivere solo come “esplosiva”.

“Le persone – racconta la religiosa – sono sotto shock per ciò che è accaduto. Sono i giorni del dolore, dello scambio di condoglianze, della visita ai familiari delle vittime. È vero, i palestinesi hanno tirato sassi, molotov, ma la risposta di uno degli eserciti più forti, addestrati ed equipaggiati al mondo è stata totalmente sproporzionata”.

Con parole simili si erano espressi i vescovi della Terra Santa che hanno lanciato un appello per la pace e la fine delle ostilità stigmatizzando anch’essi l’uso eccessivo della forza da parte di Israele durante le celebrazioni per i 70 anni della fondazione del loro Stato e il contestuale spostamento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme:

«È fonte di grave preoccupazione apprendere che sessanta palestinesi sono stati uccisi ieri e circa tremila sono rimasti feriti nelle proteste che si sono tenute vicino al confine di Gaza con Israele.
Queste vittime – o almeno la maggior parte di loro – si sarebbero potute evitare se mezzi non letali fossero stati utilizzati dalle forze israeliane. Facciamo appello a tutte le parti coinvolte affinché rinuncino alla violenza e trovino strade per porre fine appena possibile all’assedio imposto su circa due milioni di persone che vivono nella Striscia di Gaza. Nel frattempo, ieri, siamo stati anche testimoni dello spostamento dell’ambasciata americana nello Stato di Israele da Tel Aviv a Gerusalemme. Come abbiamo già detto in passato, qualsiasi mossa o decisione unilaterale sulla Città Santa di Gerusalemme non aiuta a far avanzare la pace tra israeliani e palestinesi, tanto attesa. Cogliamo l’occasione per esprimere il nostro impegno in favore della posizione – espressa numerose volte dalla Santa Sede – che esprime la necessità di rendere Gerusalemme una città aperta a tutti i popoli, il cuore religioso delle tre religioni monoteiste, e di evitare misure unilaterali. Crediamo che non ci sia ragione per impedire alla Città di essere la capitale di Israele e della Palestina, ma ci si potrà giungere solo attraverso il negoziato e il rispetto reciproco» (Mondo e Missione).
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