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Quando Dio vuole quello che vuole anche il mio prossimo, chi è da biasimare?

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Iakov Filimonov - Shutterstock

padre Robert McTeigue, SJ - pubblicato il 23/05/18

Dio è troppo esigente quando ci chiede sia di pregare che di servire?

Quanto spesso avete sentito (o detto) queste parole: “Se Dio voleva davvero che avessi una vita di preghiera non mi avrebbe dato questa vita”?

Molte persone lamentano il fatto che la loro vita sembri in conflitto con quello che comanda Dio – ad esempio, “Pregare sempre, senza stancarsi” (Luca 18, 1). Questo conflitto, ho sentito dire, è il risultato di “una pianificazione errata da parte di Dio”.

In altre parole, se Dio è davvero serio su cose come la preghiera e il sabato, non avrebbe dovuto darci vocazioni come la famiglia o il ministero, che esigono tutto da noi senza lasciare spazio per altro. E allora, chi ha torto? Dio o noi?

La scorsa settimana ho iniziato una serie di contributi sulla sindrome dell’affaticamento spirituale cronico, chiedendo se siamo troppo impegnati e troppo stanchi per cooperare con Dio.

Non vi sembra che (almeno per buona parte del tempo) le esigenze dell’ORA interferiscano con gli ideali cristiani di raccoglimento, silenzio e quella pace che Sant’Agostino descriveva come “la tranquillità dell’ordine”? Dio si aspetta davvero che una madre concitata dica: “Sally, devi cambiarti il pannolino da sola e farti il pranzo, perché mamma ora deve fare la sua meditazione”? Tollereremmo un pompiere cattolico che dice: “Vorrei spegnere quel fuoco – lo vorrei davvero! – ma è domenica ed è ora dei vespri…”




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La nostra vita, i doveri quotidiani e le nostre crisi costanti sono del tutto inconciliabili con la chiamata cristiana alla santità, all’unione con Dio e all’adorazione degna? Dio è irragionevole? Siamo negligenti? O stiamo facendo del nostro meglio e Dio dovrà solo imparare a convivere con questo fatto?

Non c’è una risposta breve e semplice a domande di questo tipo, ma forse un esempio può aiutare.

Anni fa ho letto le annotazioni di una carmelitana che rifletteva sui suoi 65 anni di vita claustrale. Diceva di essere particolarmente grata per tre cose: 1) Ha ricevuto la sua Prima Comunione dal beato Miguel Pro poco prima che venisse martirizzato; 2) È riuscita a entrare nel Carmelo a 15 anni, come Santa Teresa; 3) In 65 anni di vita religiosa non ha mai perso un momento in cui era programmata la preghiera – tranne quando lo richiedeva la carità nei confronti del prossimo.

La saggia e santa religiosa capiva che il conflitto tra i doveri quotidiani nei confronti del fratello e quelli nei confronti di Dio è solo apparente. Sì, a volte si devono prendere decisioni prudenti e “creative”, ma la saggezza di Dio si mostra nel riconoscimento del fatto che l’amore nei confronti di Dio e quello per il prossimo si rafforzano a vicenda. La saggezza divina, inoltre, si mostra nel riconoscere che l’amore di Dio richiede quello per il prossimo, come l’amore per quest’ultimo richiede quello nei confronti di Dio (Marco 12, 30-31).

E se fossimo lacerati, in conflitto, esausti?

Se non ce ne importasse nulla ci allontaneremmo semplicemente dai nostri doveri nei confronti di Dio e del prossimo. In quel caso non saremmo esausti, perché non daremmo nulla né a Dio né al prossimo. Se ci trovassimo tirati in varie direzioni, vorrebbe dire che siamo nel bel mezzo della lotta, che abbiamo degli interessi in gioco, che stiamo cercando di fare ciò che è giusto anche se non riusciamo a capire cosa sia in ogni momento.


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Inciampare – e a volte anche cadere – non è come gettare la spugna, e non è un segno del fatto di essere una delusione per Dio.

Molte brave persone si torturano con questa domanda: “Sto facendo tutto ciò che Dio mi sta chiedendo di fare?” Penso che sia meglio chiedersi: “Sto facendo solo quello che Dio mi chiede di fare?” La prima domanda può aprirci alla tentazione di sovraccaricarci, di cercare di fare di più di quello che Dio vuole da noi. È un errore di discernimento.

La seconda domanda richiede di compiere un giusto discernimento: “Sto facendo davvero l’opera di Dio (ciò che mi ha chiamato a fare) o sto semplicemente lavorando per Dio – chiedendogli di benedire qualsiasi cosa ho intrapreso?”

Un saggio direttore spirituale mi ha detto: “Non tutti gli inviti a fare una cosa buona sono necessariamente una spinta dello Spirito Santo”.

Se ci trovassimo esausti, sovraccaricati, frustrati e in conflitto, forse non è il risultato di “una pianificazione errata da parte di Dio”, quanto piuttosto il risultato di una pianificazione errata da parte nostra.

Il primo passo per liberarsi dai falsi dilemmi è lavorare con le nostre famiglie, i nostri amici e le nostre comunità per discernere ciò a cui Dio ci chiama e di cosa abbiamo bisogno da Lui, da noi stessi e gli uni dagli altri per rispondere a quella chiamata.

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